Colleghi. Deciderà la vita.

Adesso che ho avviato tiepide collaborazioni, ancorché precarie e instabili,  mi capita di avere (saltuariamente) dei colleghi di lavoro.
Si tratta di un avvenimento strano per me che da anni ho a che fare solo con clienti, fornitori, parenti e animali da cortile.
Devo prendere le misure, stare attenta a dosare le attenzioni, le energie e le modalità.
Ci vuole molta cautela con chi ti guarda alla pari.
Il primo è mio marito, anche se collega è un termine improprio.
Gli capita, raramente in verità, di conquistarsi delle mezze giornate in cui lavora da casa. Siccome abbiamo a disposizione ben due locali per numero due studi ci sono delle mattine in cui ci alziamo, facciamo colazione, vestizione, abluzione e faccende spicce e poi ci sediamo ciascuno davanti al proprio monitor.
Lui si ritira in uno studiolo, ammobiliato con i resti di un vecchio soggiorno; tutte le superfici del suo territorio sono ricoperte da carte, documenti e ogni genere di avanzo cartaceo di varia origine e natura. Sulla parete dietro alla poltrona su cui siede c’è appeso un poster piuttosto malmesso, residuato di una campagna elettorale a cui partecipò a suo tempo. La grafica, ovviamente, l’avevo fatta io.
Devo dire che sono molto migliorata, a livello professionale.
Il mio bugigattolo è più modesto ma molto accogliente. È un posticino meno formale ma più organizzato; tutto l’arredamento è stato ricavato da riciclo di antiche case, avanzi di antiche camere e camerette.
Qua sto bene, perché ho messo il mio passato e il mio presente. Qua è casa mia.
Credo che i nostri studi ci somiglino.
Quando abbiamo necessità di chiedere qualcosa oppure scatta il momento pausa caffè, durante queste mattinate di lavoro insieme, ci bussiamo reciprocamente alla porta, come fanno i colleghi educati, per poi dirigerci in cucina discutendo delle faccende che stiamo sbrigando.
Non mancano improperi rivolti a tizio o caio che non capiscono una beata fava e ci tocca fare il possibile e l’impossibile per risolvere grane solo ed esclusivamente a causa loro.
Mi piace sentire che telefona e parla di lavoro, mi piace sentire che siamo impegnati in faccende pratiche.
Mi piace aver da fare; tutto sommato sto davanti al monitor tutti i giorni, come grossomodo fanno le altre donne di questa fetta del continente europeo, prospero e infelice.
Gli altri colleghi? Una roba alla volta.
Beh, per adesso sono andata un paio di volte in un ufficio vero, dove c’erano professionisti veri (lo verifichi dal modo aggressivo con cui ti guardano, come se fossi lì per portar via sedie, appalti, clienti e fatturato).
Avevano appeso alle pareti dietro alle loro sedie grandi lavagne con elenchi infiniti di lavori da consegnare.
Il collega con cui ho avviato un progetto me l’ha indicata, la sua lavagna personale. Scrollando la testa ha borbottato guarda te quante cose ho in coda. Ho pensato alle mie due tre robe che porto avanti con la speranza ne arrivino altre due o tre.
Sono stata zitta.
Non so se in futuro diventerò anche io così, con le zanne, le occhiaie, le telefonate da mettere a tacere perché stai facendo una riunione, le call, le mail che rimandano ad altre mail e mettere in copia il tizio perché veda che il tale ha sbagliato. Le traversie, i sotterfugi, gli stratagemmi, le coalizioni.
Ho un trascorso di mobbing, una sottospecie di licenziamento, un ripristino in modalità provvisoria da trauma, una riuscita professionale fuori tempo massimo.
Tutto questo mi frena.
Ho cinquantacinque anni, sulla carta.
Quando era il momento giusto per farmi strada avevo altro per la testa.
Non ho più l’età per diventare workalcoholic, o come diavolo si dice, ma ho tutto il tempo per farlo. Spesso ne ho la tentazione.
I figli sono grandi, le grane della vita da giovane risolte.
Adesso posso ammalarmi di lavoro, se lo trovo.
Deciderà, come sempre, la vita.

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1 Comment

  1. un quadretto famiglia/lavoro invidiabile, hai descritto una bella situazione (in casa), quella in ufficio è standardizzata e non credo nemmeno valga la pena tentare di cambiarla.

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