La rigenerazione del cubo

La rigenerazione del cubo

Ho capito, sembra interessante. Cancello la popup che mi impedisce di digitare le impressioni di questo settembre e nel frattempo ascolto il silenzio rotto dal cippettio e dal ticchettio dei passeri e del cucù.
Ieri ho fatto un giro al cubo, combinando incontri e raccogliendo ricordi. Ogni volta che riprendo la salita per quelle scale sporche è un pezzo di passato che rigurgita e fa massa critica nello stomaco.
Al piano di sotto sono arrivati personaggi brutti e probabilmente non troppo a bolla. Fanno rumore di notte, ospitano gente di fama losca. Accanto il bidello con la moglie sul terrazzo che fuma. Attorno il cemento che si sgretola, il cancello che non apre, l’erbaccia che fa festa e dilaga. Dietro i lavori di pulizia della linea ferroviaria, un incessante rumore di ferraglia e ruspa che scava.
Non mi manchi, cubo.
Le stanze si stanno smantellando un pezzo alla volta. Si smontano i mobili da regalare, da buttare, da bruciare. Si procede per strati, come una cipolla marcia.
Prendo qualche borsa di carte da spulciare, saltano fuori ricordi che spinano o bruciano o profumano o fanno ridere o sorprendono. Ho tenuto da parte molte vite e adesso posso finalmente strappare i bigliettini collegati a eventi brutti, conservare le piccole gioìe rimaste lì ad aspettarmi e fare un falò con le inutili cose che pensavo fosse impossibile gettare. Non è un’operazione dolorosa, ma lascia comunque tanti pensieri.

Ripenso a quanto ho fatto e dimenticato, soprattutto.
Il 28 maggio 1999, alle otto e zero uno, scrivevo questo:

Apro la posta e scopro che
questa mattina posta non c’è
apro la porta e vedo inoltre
che nonostante la fitta coltre
la vita scorre instancabilmente
e ai suoi dolori indifferente
mostra la chiostra di denti gialli
e a tutti quanti pesta li calli.

Ho trovato poesie, favole, diari e racconti.
Rileggerò come se fossero scritte da un’altra persona, in un altro posto, in un’altra vita.

 

 

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Un pensiero su “La rigenerazione del cubo

  1. Bè, lo sono, eri un’altra te, ognuno è altro e forse per questo ci si trattiene nel buttar via un pezzo di ciò che non sarà più. Io fatico a gettare anche i peggiori ricordi.

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