C’erano una volta Darkman Perfy e Figaccione.

C’erano una volta Darkman Perfy e Figaccione.

Oramai non se ne parla più.
Son cose vecchie, cose da blog degli anni duemila e poche unità, quando scrivevi sotto l’ombra dell’anonimato parole di fiamma e fuoco, tuoni fulmini e saette per sfogarti vendicarti rallegrarti e consolarti, per tirarti fuori da una vita difficile con stratagemmi semplici e ingenui. Quando te la raccontavi e ti facevi chiamare Rossatinta che viveva al Cubo e aveva tre figli e fingevi una sitcom a puntate per sopravvivere al disagio.

Disagio adesso si adopera per tutto, perfino quella ragazzina perbene figlia di una professoressa di lingue e di un ex imprenditore che posta una foto sui social con un cappellino i capelli leggermente verdi e un cane randagio la adopera. Ma non c’è mica disagio in quella vita, in quel sorriso su quel faccino sano i cui problemi peggiori sono emersi quella volta in cui ha rotto laifon e amici miei due anni di fotografie sono disperata sapete come posso fare per recuperarle? Va di moda dire vivo disagiata ma ti assicuro -cara giovanetta- che è tutta un’altra cosa starci fino al collo.
Il disagio è molto simile alla merda, ma più duro e più difficile da mandar via.
Non ti piacerebbe.

Non se ne parla più di quei tre perché sono diversi. Uno si è sposato per la seconda volta giusto sabato scorso e aveva un completo grigio estivo abbastanza ben tagliato, un mocassino blu di camoscio, una camicia bianca di buona fattura e i capelli lunghi fino alle spalle. Uno che andava in giro con scarponi da venti chili l’uno e sembrava il campionario della ferramenta casa del chiodo, uno che a parte il nero aveva indosso il mimetico ma sul grigio, uno con i capelli sottochiappa e il tanfo di sudore da rocker che non si lava neanche sotto tortura sabato mattina esibiva un look discreto e una panzetta da birra post lavoro. Di dark gli erano rimasti lo sguardo triste e la faccia seria. E magari i sogni, le vecchie chitarre e il desiderio sempre ammaestrato e mai affrontato di vincere la paura di un padre onnipresente e onniprepotente.
Quel Darkman che conoscevo io aveva avuto il coraggio di andarsene, ai tempi del cubo, di girare la vita nella direzione ostinata e contraria e prenderne il timone. Le ondate, le mareggiate e la fatica se le è imbarcate con coraggio, anno dopo anno e casino dopo casino.
Al ristorante se l’è messo di fianco, il padre potente che lo ha portato dal barbiere, dal venditore di vestiti estivi grigi eleganti e da quello delle scarpe di camoscio blu. Ogni volta che li guardavo speravo che ne fosse felice, che fosse fiero di questo figlio diventato adulto proprio come voleva, obbediente come un cane pur di ottenere il suo consenso. Ma poi quando siamo andati in giardino per il taglio della torta Darkman non riusciva ad aprire la bottiglia e lui gliel’ha strappata di mano, ha estratto il tappo e gliel’ha restituita con uno sguardo che diceva cretino, non sei neanche capace di fare questo.

Mi si è stretto il cuore ma tutti brindavano e ridevano e forse questa cosa l’ho vista soltanto io. Gli ho detto, senza parlare, senza che mi vedesse, senza che lo sapesse spero che tu sia felice, anche e a dispetto di quel padre.

E non c’è più neanche la Perfy che di perfetto non si è mai sentita nulla, men che mai nei tempi del cubo.
C’è una ragazza che vive male, bene no male no benino dai.
Perfy non c’è e al suo posto è arrivata una tizia stile centro sociale, accompagnata con uno spilungone scuro, stravagante e bizzarro. In ritardo tanto da far perdere la pazienza al sindaco, con un armamentario di orecchini e collane metalliche da brava universitaria borderline, vestito lungo e capelli rasati quasi dappertutto.
Quella ragazza che si è presa il mio fegato, cuore, cervello e altri organi era lì, come al solito in ritardo, come al solito sopra le righe. Timida ed aggressiva, forte e delicata. La mia Perfy bambina molto viziata è una donna ancora bambina e ancora viziata ma con una madre finalmente cresciuta. E su Perfy c’è da tornare, perché lei è un po’ me e io un po’ lei dato che siamo femmine e di figlie ne ho una soltanto. Specialità della casa.

Ah si, c’è Figaccione. Sempre bellissimo, ovviamente. Vestito da figo, perché la vita fa larghi giri ma alla fine quello che eri resti nel profondo e lui, tamarro dai capelli in piedi, pantaloni a tubicino, camicia bianca con cravatta seria non da venditore, rientra nel personaggio.
Ha fatto un largo giro, partendo troppo presto, andando a lavorare in fabbrica per i vestiti di moda, per il motorino, per le fighe. E poi si è perso tra mille cambi di idee, di scuole, di scelte, di donne, di sbagli e di malattie. Si è sentito male, ha dovuto curarsi e lo ha fatto peggio ancora, ha sbagliato amici -o forse erano i compagni giusti per conciarsi da schifo e lui voleva lo schifo fino in fondo.
E’ diventato brutto e trasandato, ha avuto crisi di nervi, scatti di rabbia, ha rubato, distrutto e sbagliato per un lunghissimo periodo. Eravamo impazziti, al cubo, a in certo punto, e quasi tutti davamo la colpa agli altri.
Lui però ne aveva eccome, di colpe.
Ha smesso di essere lui, come succede quando le cose crollano. E tra l’altro gli sono precipitate tutte e rigorosamente addosso. Però poi si rinasce.
Ora ha trovato una ragazza con i capelli corti dopo anni di gnocche dai capelli lunghi.  Una donna con il sorriso più sorridente che abbia mai visto, con una luce negli occhi difficile da spiegare e parlo di occhi belli, non di un cesso.
L’amore fa fare queste stravaganti capriole anche ai figaccioni.
Magari all’inizio avrà pensato evvai, questa ragazza ha tanti di quei problemi, vive talmente male ed è talmente buona e servizievole e docile ed innamorata che posso finalmente trovare mamma due punto zero. Stupido Figaccione, mica sapeva che stava illudendosi; si stava innamorando. Stava cambiando, stava pensando ad un futuro a due, per la primissima volta in vita sua. Saranno gli ultimi abitanti del cubo, tra un paio di mesi si trasloca. La fine di un incubo, per loro. Per me la fine di un’epoca, senza rimpianti né nostalgie. Non da poco: la fine di un affitto (gioia).
Smetterò di chiamarlo così, d’accordo. Resta bello e difficile, stronzo e maschilista. Ma anche buonissimo e delicato, dolce e rispettoso perché ha incontrato una che non è Figacciona, ma è bella veramente.

Eccoli qua, i miei ex coinquilini che incidentalmente sono anche i miei figli.
Come nelle storie banali delle famiglie banali non mi cagano più tranne in caso di necessità o disagio (vero); in linea teorica sto diventando proprio come quelle odiose madri che la fanno pesare e non mi chiami mai e insomma quando vieni a trovarmi.
Ma non glielo scrivo mai, non glielo dico mai. Lo penso e mi autocommisero.
Vorrei essere una madre adeguatamente stronza che anche se non desiderata piomba in casa altrui, oppure mette il becco in faccende private, o li tortura mettendoli in condizione di sentirsi in colpa e/o altri simili bassi metodi per ottenere attenzione.
L’ho fatto e non è detto che non lo farò, in caso di grossa crisi.
Ma per ora tengo botta.

E dai, lo scrivo anche se è ovvio e banale: non sono loro ad essere diversi ma molto probabilmente sono io che ho imparato a guardarli separati da me.
Mi sono esterni, che non vuol dire estranei.

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