Sono razzista, forse.

Sono razzista, forse.

Instagram, post di Agosto. Profilo di studente belloccio di nota università privata ed esclusiva. Foto con amici su una barca non ben identificata, in costume, occhiali da sole e smorfiette ironiche. Didascalia che recita più o meno: padri ellenici, attenti alla virtù delle vostre figliole perché stiamo arrivando.
Il giovanotto, di cui non rivelerò altro, è quasi mio parente e dunque non posso andare più in là.
Non ha scritto virtù, non è così forbito, ma il senso del post mi ricorda il medioevo.
Mi ha fatto riflettere, perché io non ho mai considerato che ci fossero giovani del genere.
Questo tizio scrive una cosa anacronistica perché probabilmente la sua mentalità è questa: le donne hanno libertà limitate, i padri le tengono chiuse a chiave, i maschi predano. Non lo ritiene strano, anzi, ridiamoci su e facciamo dell’ironia perché è ovvio che non attenteremo a nessuna fanciulla perché siamo degli sfigati, ma il senso profondo della battuta rimane.
Ma davvero ci sono in giro ragazzi che la pensano così? Sono abituata ad un altro genere e questo post mi ha aperto gli occhi. Stolta di una Rossatinta.
Non frequento ragazzi che pensano ai padri come detentori della libertà filiale, non ho contatti con persone reazionarie. O di destra. O smaccatamente maschiliste, o conservatrici, o ignoranti. Se le frequento mi spavento, dunque le evito.

Sono razzista, ecco. Sono razzista per autodifesa, forse.

Ho paura quando, parlando con le persone che amo ovvero mio marito, i miei figli e pochi altri, scopro idee e convinzioni che fanno a pugni con le mie. So benissimo che si può essere leghista e volermi bene lo stesso, tant’è che molti miei zii lo fanno. So perfettamente che si può essere di idee diverse senza scalfire la stima reciproca.
Ma non riesco ad applicarlo con chi amo profondamente. Se una persona che amo mi dice sono fascista, per esempio, mi manda in crisi. Perché non riesco a smettere di voler bene ma trovo intollerabili le sue convinzioni e questo corto circuito emotivo mi ammazza. Il mio senso di rispetto e tolleranza vale finché non ci sono in ballo i sentimenti profondi, ecco. Quando sei dentro al mio cerchio privatissimo, quando fai parte del mio cuore vero, allora non puoi essere così diverso da me.
Questo è il problema.
Devo lavorarci su.

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Quello schifoso sgabello

Quello schifoso sgabello

Quello schifoso sgabello, fa mio papà. Si è appena tirato su dal pavimento perché in uno dei tragitti verso il bagno è inciampato e si è fatto male. Tira su il pigiama e massaggia la pancia, non sembra ci sia niente fuori posto. Poi torna a letto e parla con mia mamma, lamentandosi. Lei gli risponde a bassa voce perché sa che si sente tutto in questa casa ma lui è sordo, oltre a tutto il resto.
Sono le due di notte e siamo in una casa presa in affitto in internet, una di quelle presenti in tutti i siti di turismo online. Si affaccia sul mare ed è vecchissima, bellissima, piena di oggetti etnici e non, tutti preziosi.
C’è un pavimento che avrà trecento quattrocento anni ma a furia di restauri è diventato liscio e moltissimo pericoloso per un uomo anziano dalle gambe malferme. Come se non bastasse essere senza memoria, stanco, vecchio, con la prostata fuori uso, i dolori alle ginocchia. Tocca anche andare al mare in questi posti.
Ci si arriva, in questo alloggio, inerpicandosi per una scaletta di pietra nera, consunta, che uno dice ma possibile pagare tutti questi soldi per un posto del genere. Poi dentro mica è finita con le difficoltà. No, c’è da salire o scendere gradini per andare in camera, in cucina, in soggiorno. Gradini scivolosi per andare in bagno o guardare la televisione o perfino per il letto, perché la camera a un certo punto ha una pedana e te se non ti ricordi anche lì cadi.
Mi rendo conto da subito di aver sbagliato tutto (cosa cazzo ho prenotato qua, in questa casa che piace solo a me. E adesso costringo tutti a viverci tre giorni, a un prezzo che si andava in pensione e via andare).
Ho sbagliato da principio, per aver lasciato correre quando il mio coniuge, che è sempre pieno di iniziative, ha proposto ai nonni di trascorrere un fine settimana al mare. Come sempre parte di slancio, senza pensarci su troppo (tanto dicono di no). Invece mia madre resta lì appesa e poi fa ma si. E se lei dice vengo vuol dire veniamo, non è necessario che lui approvi. Anche perché ci vuole mezza giornata per farsi capire e fino al giorno della partenza sentirsi chiedere ma dove è che andiamo? E quando?
C’è bisogno di cambiare aria, poi dopo c’è la neve e le feste, ci diciamo in un attimo di euforia. Siamo tutti contenti, è ora di fare una pazzia, buttiamo via qualche soldo ma si. Dai che quest’estate non siamo andati neanche via. Insomma, la cosa decolla.
E poi tutto scivola su un terreno scosceso e friabile come la Liguria. Prenoto?
I giorni passano e siccome tocca a me scegliere mi sento gravata da una responsabilità massiccia. Dipende da me se andrà tutto bene. Trovo online questo posto che mi piace, gli alberghi sono pieni guarda non c’è posto da nessuna parte. Si capisce che a dicembre sono tante le persone che vanno al mare.

Non c’è nessun pienone, è che la maggior parte degli alberghi è chiusa. Ce ne accorgiamo all’arrivo.
L’aria è tersa, il cielo mi ricorda che nella vita non ci sono soltanto dolori e inganni. Cerco di essere contenta e di trasmettere il mio benessere. Vado pianin pianino, accompagno, racconto, sempre all’erta per verificare che non ci siano difficoltà o stanchezze eccessive. Il coniuge si scatena in camminate sui bricchi tutto attorno, e alla fine mi arrendo: vivrò in tensione questo brevissimo soggiorno, accompagnata dalla sensazione di incombente tragedia.
Non è un paese per vecchi è questa è men che meno una casa per anziani.
Fattosta che mio padre si inciampa l’ultima notte. Caccia un grido che raggela, mi precipito in corridoio. Ha dimenticato uno dei gradini, è fischiato addosso allo sgabello di legno scuro, chissà di che epoca e di quale provenienza. Schifoso, secondo lui.

Lo sento lamentarsi, a letto, e resto lì pensando e adesso cosa facciamo? Aspettiamo. E se muore? Non mi perdonerò mai di essere la causa della fine di mio padre.
Mio papà tende ad essere “scespiriano”, come dice mia mamma. Forse non si è fatto così male, visto come divora pane e latte a colazione. Certo se tossisce gli fa male. Va bene, sopravviveremo tutti e quattro. Casomai domani vado al pronto soccorso. Ma si. Li riportiamo a casa loro, dove vediamo finalmente mia mamma scatenarsi in relax con il pollo surgelato scaldato nella margarina, lo spaghetto stracotto, la torta industriale tenuta via in caso ci fossero ospiti, il caffè tiepido della macchinetta che non ha la pazienza di lasciar scaldare.
Il papà telefona al figlio prediletto per raccontargli la versione edulcorata della vacanza. Il coniuge gli dice e perché non chiami l’altro? O tutti o nessuno, con i figli. Giusto.
Io mi sento in colpa. Non dovevo affittare quella casa, non sarebbe andata così. Così come? Eh, adesso telefono e vediamo.

 

Ricominciare

Ricominciare

Martedì sera mi sono sentita male. Veramente stavo male da prima, ma martedì sera la cosa è stata proprio ovvia. Mercoledì, dato che non accennavo a migliorare e i sintomi mi preoccupavano sono andata dal medico. Il dutùr ha tentato di tranquillizzarmi ma nello stesso tempo mi ha spaventato perché non ha affatto minimizzato i sintomi. Giovedì, nonostante la terapia di attacco, ero peggiorata però è subentrato un senso di padronanza di me. Pazienza, quel che ho ho e devo affrontarlo. Potrebbe essere una cazzata oppure una roba media o anche una roba serissima, ma per adesso non si può scoprire. Si va per gradi con queste faccende.

Oggi, venerdì, dopo aver patito e aver avuto tantissima paura sto ridimensionando le cose e faccio quei pensieri che ruotano attorno all’argomento “tutto finisce subito quindi datti da fare”. Probabilmente perché non finisce stavolta e forse me la sono sfangata, ma ho rilassato i nervi e pur sentendomi ancora male mi sto riappropriando della mia instabile tranquillità.

Perché è vero ma pesante e non serve a molto pensare che siamo vivi per miracolo. La paura di morire, se sei debole, si trasforma in pigrizia di vivere. Ho ammesso a me stessa che sto diventando evitante, sempre più isolata e sempre meno socievole. Non sto affatto male da sola, intendiamoci. Solo che così non va bene, non è.
Non so come dire, non è conveniente.

Comunque ho pensato di ricominciare.
Non dipingo più da troppo tempo, se per dipingere si intende lasciar correre la mano su una superficie bidimensionale, tentando per giorni e giorni di dare un senso logico ai gesti isterici e ripetitivi, ossessivi e alla ricerca di un ordine mai raggiunto per via dell’ansia. La mano fa gesti ripetuti e veloci, usando materiali spesso tra loro sgraziati. Poi guardo e mi rannuvolo perché no, non è proprio la cosa che volevo dire e aggiungo, sovrappongo, unisco e ripeto.

Devo ricominciare perché altrimenti spreco troppo tempo lavorando a maglia e controllando la posta elettronica in attesa del prossimo lavoro. Se ci sarà, come sarà, come mascherare la mia inettitudine con una ventata di professionalità eccetera.

E poi devo riprendere a scrivere. Se fossi una giovane magari solo dentro aggiungerei cazzo (e poi devo riprendere a scrivere virgola cazzo), ma sinceramente è un atteggiamento che non mi sento di prendere. Però tutta la roba che ho collezionato va riletta e corretta o meglio, va riscritta. Come d’altra parte va coltivata la mia bravura. Va approfondita, superata e qualificata. Non mi interessa granché, ma devo partire dal mio libro da presentazione di biblioteca piccola, il classico librino che raccoglie i miei ricordi, pennellati da descrizioni timide. C’è del buono anche lì, non è da vecchia signora che scrive a senso unico banalità ammantate di retorica. C’è del buono ma non abbastanza.

Non mi interessa sapere perché devo ricominciare, alla fine.

Posso farlo perché i prossimi accertamenti potrebbero dirmi che sfiga vuole sto male per davvero, oppure perché la vita è un attimo e poi non c’è tempo per fare niente, dal momento che sei morta. Ma non lo dicono, quindi posso farlo perché ho del tempo per farlo, ad esempio. Tra un lavoro e l’altro? Ad esempio si.

Posso farlo o devo? No, devo farlo anzi anzi, guarda: voglio farlo. Domani o settimana prossima al massimo.

Sui miei figli. Tutti i giorni mi tormento perché vorrei chiamare, sentire come stanno (uno o due, non dico tutti e non dico sempre ma esagero per far capire il sentimento) e so perfettamente che sono per loro fastidiosa.
Non mi chiamano mai, né loro né i miei fratelli e neanche i miei genitori.
Sono sempre io che li cerco.
L’unica volta che ho ricevuto una telefonata, adesso che ci penso, è stata quando sono andata dai miei perché mia madre era caduta e si era rotta la spalla. Son stata da loro un po’, un paio di giorni, giusto per organizzare la spesa, le faccende, andare dalla dottoressa e cose così. Quando son tornata mi ha cercato, dopo qualche ora, perché non li avevo avvisati che ero sana e salva. Quando è stato?
Ah, almeno un paio di mesi fa, fai due conti.
Be’, in effetti non sono diventata evitante, è che chi vorrei non mi vuole e chi mi vuole non mi interessa. Diciamola giusta.

Per fortuna c’è mio marito.

Va bene. A presto.

 

Citazione

Il potere della stupidità

Tratto dal saggio di Carlo Cipolla: «Leggi fondamentali della stupidità umana»

Non è difficile comprendere come il potere politico o economico o burocratico accresca il potenziale nocivo di una persona stupida. Ma dobbiamo ancora spiegare e capire cosa essenzialmente rende pericolosa una persona stupida; in altre parole in cosa consiste il potere della stupidità.
Essenzialmente gli stupidi sono pericolosi e funesti perché le persone ragionevoli trovano difficile immaginare e capire un comportamento stupido.
Una persona intelligente può capire la logica di un bandito.
Le azioni del bandito seguono un modello di razionalità: razionalità perversa, se si vuole, ma sempre razionalità. Il bandito vuole un «più» sul suo conto.
Dato che non è abbastanza intelligente per escogitare metodi con cui ottenere un «più» per sé procurando allo stesso tempo un «più» anche ad altri, egli otterrà il suo «più» causando un «meno» al suo prossimo.
Tutto ciò non è giusto, ma è razionale e se si è razionali lo si può prevedere.
Si possono insomma prevedere le azioni di un bandito, le sue sporche manovre e le sue deplorevoli aspirazioni e spesso si possono approntare le difese opportune.
Con una persona stupida tutto ciò è assolutamente impossibile.
Come è implicito nella Terza Legge Fondamentale, una creatura stupida vi perseguiterà senza ragione, senza un piano preciso, nei tempi e nei luoghi più improbabili e più impensabili. Non vi è alcun modo razionale per prevedere se, quando, come e perché una creatura stupida porterà avanti il suo attacco.
Di fronte ad un individuo stupido si è completamente alla sua mercé.
Poiché le azioni di una persona stupida non sono conformi alle regole della razionalità, ne consegue che:
a) generalmente si viene colti di sorpresa dall’attacco;
b) anche quando si acquista consapevolezza dell’attacco, non si riesce ad organizzare una difesa razionale, perché l’attacco, in se stesso, è sprovvisto di una qualsiasi struttura razionale.
Il fatto che l’attività ed i movimenti di una creatura stupida siano assolutamente erratici ed irrazionali, non solo rende la difesa problematica, ma rende anche estremamente difficile qualunque contrattacco – come cercare di sparare ad un oggetto capace dei più improbabili ed inimmaginabili movimenti. Questo è ciò che Dickens e Schiller avevano in mente quando l’uno affermò che «con la stupidità e la buona digestione l’uomo può affrontare molte cose» e l’altro che «contro la stupidità gli stessi Dei combattono invano».
Occorre tener conto anche di un’altra circostanza. La persona intelligente sa di essere intelligente. Il bandito è cosciente di essere un bandito. Lo sprovveduto è penosamente pervaso dal senso della propria sprovvedutezza. Al contrario di tutti questi personaggi, lo stupido non sa di essere stupido.
Ciò contribuisce potentemente a dare maggior forza, incidenza ed efficacia alla sua azione devastatrice. Lo stupido non è inibito da quel sentimento che gli anglosassoni chiamano self-consciousness […].

Gli amici snob

Gli amici snob

Come tutte le coppie di mezza età borghesi e relativamente lontane da gravi emergenze sanitarie o economiche (in realtà lui, io ci sono dentro in vari modi ma tento di distrarmi) anche io e il mio marito piemontese trascorriamo il tempo libero in modo banalissimo, ovvio e scontato e ci divertiamo con poco. Oddio, divertirci è un po’ eccessivo, ma stiamo tranquilli e sereni per qualche ora ogni tanto, questo si.
Di domenica andiamo quasi sempre a passeggiare in collina (ci sono più colline che piccioni da queste parti), alla ricerca di un rudere da riattare per (utopisticamente) vivere di orto, frutteto, bacche dei boschi, tanti animali e lontananza dal mondo crudele.
A dir la verità il coniuge si sarebbe orientato volentieri a trascorrere qualche serata in attività politiche da grossomodo militante, stante il mio nulla osta che peraltro non ho dato (a me di entrare nel movimento che va di moda non sconfinfera granché). La regola del vai pure tu, io non condivido le idee di quei mentecatti l’ha frenato un attimo. Ha rassegnato le dimissioni prima ancora di mettersi all’opera, ha ripescato il solito e un tantino sforzato buon umore e si è sfogato portando in giro il cane in robuste passeggiate con incredibile spirito di adattamento. Mi è rimasto il senso di colpa del poverino lui ci crede e io cattiva no, ma come posso modificare i miei ideali? Il problema è etico.
Si sarebbe divertito di più, il povero marito, se l’avessi seguito nelle sue arrampicate alpine su pei monti del Piemonte ma la sottoscritta, oltre ad essere una rompicoglioni notevole, camminare cammina ma superate le tre ore di salita diventa insopportabile. I nostri obiettivi sono inconciliabili: io andrei benone a fare dei giretti, lui si entusiasma solo se si va oltre i mille metri di dislivello in un’unica eroica tirata. Dunque, per placare la sua sete di cime tempestose, si organizza con due tre colleghi e un cinque sei volte all’anno si sfoga, raggiungendo qualche vetta e facendosi dei selfie terrificanti, in cui i soci di escursione esibiscono volti stravolti e lui sorride felice come uno stambecco in libertà.
Poche ma interessanti domeniche ci concediamo delle gite con visita a castelli, cittadine, mostre e fiere vaghe e varie, spesso perdendoci tra sentieri secondari (lo chiamo dottor Divago perché ama cambiare tragitto ogni due per tre). La regola vuole che il coniuge faccia un po’ quello che gli pare (guidare, parcheggiare, camminare, stare fermi, mangiare) fino a quando sbotto con qualche improvviso incazzo o mi impunto con un altolà. Sembra una roba brutta ma invece basta regolarsi, si va d’accordissimo.
In questo idillio tranquillo e un po’ noioso si sono inseriti alcuni amici, conoscenti, gente che per vari motivi abbiamo frequentato insieme e che quindi, nella fase della vita in cui una coppia di mezza età deve costruirsi dei ricordi comuni, funzionano da “vita sociale”.
Per la verità sono scarsini in quantità ma anche qua siamo contenti con poco.
La coppia che voglio descrivere qua oggi è formata da due signori di una sessantina d’anni abbondanti cadauno.
Un uomo e una donna, per la precisione.
In realtà non li conosciamo bene e sappiamo ancora poche cose di loro (lei parla molto, lui emette solo motteggi e battute spiritose e difficilmente racconta di sé).
La signora contatta periodicamente via messaggi mio marito, chiedendo di vederci per uscire a cena o andare a trovarli nel loro appartamentino seconda casa in montagna.
Lui è un perticone dinoccolato che ricorda Ciccio di Nonna Papera, capelli bianchissimi radi ma gonfiati e non l’ho mai visto vestito da professore universitario perché è snob e quindi nel tempo libero si infila nei pulloverini un po’ molli, i jeans e le scarpe sportive che si vede non porta mai. Non sono riuscita a capire che cosa insegni, come lo insegni e soprattutto se ci è o ci fa. Mangiare mangia tanto, ma ordina poco e chiede spiegazioni per ogni cosa, poi divora in un attimo e resta lì, con la faccia appesa, in attesa che gli altri sollevino la conversazione. Difficilissimo parlagli quando è solo, elemento complementare indispensabile per la moglie, sposata in seconde nozze non ho capito quanti anni fa.
Lei è piccina, giustamente mesciata, vestita con gusto, mai un pelino fuori posto. Abito, accessorio, borsa, trucco sobri e leggermente originali ma senza strafare.
Sono laureati, hanno una professione redditizia e vivono in un elegante appartamento in centro, pieno di rumenta vecchia ed antica, disposta con un criterio di difficile comprensione ma, credo, che voglia ostentare classe ed eleganza. La casa, le scelte, le decisioni, perfino cosa ordinare al ristorante (ma non lo digerisci, sta attento che il coltello è affilato, ti ricordi che l’altra volta non ti era piaciuto?) è decisione della moglie che, se non riesce a dirigere, comunque la sua la deve dire. Il marito si limita a motteggiare, star zitto, ascoltare, pagare e raramente uscirsene con qualche frase corta e personale, peraltro ascoltata con vivo interesse (ma allora pensa!).
Vanno d’accordissimo perché lui aveva un evidente bisogno di madre e lei si è prontamente offerta ad assumersi il ruolo. Sembra una cosa brutta ma invece è equilibrata.
Quando dobbiamo (dobbiamo?) vederci ci prepariamo psicologicamente un po’, prima di affrontare le ore che trascorreremo insieme. Poi, una volta avviata la conversazione, la serata va via abbastanza liscia. La signora ci fa vedere qualche foto di qualcosa che ha fatto, detto, visto, ci racconta un po’ di episodi di vita vissuta e di avvenimenti presenti. Mi siede accanto perché così parliamo, mi domanda sempre come sta questo o quel personaggio della mia vita di cui ha notizia e non riesco mai a cominciare una relazione dettagliata perché mi interrompe arrivando alle conclusioni. E che conclusioni: essendo psicoterapeuta mi fa a fettine il caso, tira fuori una definizione e bon.
Non hanno problemi economici e dunque si va in posti piuttosto costosi, ma tanto ci vediamo ogni tanto e quindi ci sta.
Credo che potrebbero diventare i protagonisti di un racconto, ma aspetto di uscire ancora qualche volta perché devo ricostruire la loro storia ma per queste cose serve tempo e magari un po’ più di vino rosso.
Anzi no, birra perché loro la preferiscono.

 

La biblioteca civica

La biblioteca civica

Un mattino di ottobre, dopo aver vinto la mia immensa pigrizia, ho deciso di affrontare l’incontro con la biblioteca civica della città dove abito da un po’.
Amo leggere.
Mi ricordo certe giornate cupe, trascorse nella città del cubo, in preda alle peggiori ansie, senza volontà né forza di reagire. Ricordo che l’unica cosa di cui ero capace restava lei, la lettura. Andavo in biblioteca, girovagavo per le molte sale, prendevo lasciavo, sempre di fretta, sempre spaventata all’idea che qualcuno pensasse eccola, quella che non riesce a fare nulla nella vita. Ma alla fine avevo il mio bottino, ero salva, avevo dato un senso alla giornata. Mi tuffavo nei romanzi e se per caso riuscivo a seguire la trama, mi dimenticavo di star male. Forse la nostalgia per quei momenti di sollievo, forse la curiosità di conoscere la mentalità del posto (la biblioteca spiega tutto sulle scelte e  sulla politica culturale cittadina) hanno avuto la meglio e mi sono decisa.
Ho allestito quindi un umore gioviale e non troppo invadente e mi sono infilata in un palazzo che doveva essere gran bello ai suoi tempi.

C’erano lavori in corso, sporco e caos.

Allora ho risalito parecchie rampe di scale finché mi sono imbattuta in un ufficio che doveva essere gran bello ai suoi tempi, popolato da due signore indaffarate a fare altro. Quando hanno finito, con comodo, una di loro mi ha spiegato che quella era la sede dell’archivio storico e la biblioteca civica si trovava in un’altra via di un’altra zona della città, peraltro sempre gran bella (ai suoi ecc.). L’altra non mi ha degnato di uno sguardo.

Trotterellando con rinforzo di umore gioviale, riservato ma disponibile al dialogo, mi sono infilata in un’altro posto molto alto, spazioso, antico e bello anche ai nostri tempi. Una rapidissima occhiata mi ha permesso di rendermi conto di trovarmi nella sede della biblioteca civica, però sezione bambini (libri cartonati e/o colorati). Le due tre signore indaffarate dietro al bancone (in questa città ce ne sono dappertutto, sempre zeppi di carte e cartoline) hanno trovato il tempo di alzare gli occhi dai rispettivi quaderni, monitor, registri per rivolgermi quel mimino sindacale di attenzione e la più gentile (per meglio dire quella meno rapida a distogliere gli occhi) mi ha indirizzato verso un corridoio. Di là.

Ah, ma che bei corridoi che ci sono in questa città. Eleganti e sontuosi quasi come gli scaloni che conducono ad atri circondati da ampie porte che si aprono su sale che un tempo dovevano essere magnifiche.

Alla fine sono arrivata alla biblioteca a scaffale aperto.
Due misere stanze. La prima dedicata a tutto, ovvero romanzi e poco altro.
La seconda con il bancone del personale e una parete dedicata alle novità. Fine.
Prendo su il mio paio di libri, comunque contenta di avere il bottino.

Sono tornata oggi per cambio libri: ho divorato le due storie in poche ore (bruttine per la verità, ma avevo bisogno di libri facili, di non stancarmi, di trovare storie semplici che non mi facessero pensare troppo).

C’era un personaggio da romanzo dietro al banco prestiti,  nel senso che aveva riassunto tali e tanti difetti che bastavano per renderlo letterario. Pelato, occhi da pazzo, orecchino improbabile, difficoltà di parola. Distratta dai titoli e ingenuamente convinta di non dare nell’occhio (in biblioteca l’ingresso è libero), non mi ero accorta che probabilmente mi teneva sotto controllo in quanto forestiera. Mentre frugo tra le scarse novità, alla ricerca di qualcosa medio divertente, mi fa lei chi è-nome. Come scusi? Come si chiama, non l’ho mai vista prima. Segue dialogo assai difficile.
Si incazza (credo, nel senso che brontola) perché non gli ho detto subito che ero già registrata con la sua collega che oggi non c’è e come faccio io a sapere.
Sorrido ma mantengo un contegno impeccabile. La scheda si trova, il prestito si segna.
Povero idiota. Forse è un disadattato, un matto che hanno assunto in base alla legge sicheso, quella che prevede ogni tot persone una non a bolla.
Però che triste ‘sto posto.
Una biblioteca decisamente inospitale, dagli orari impossibili, pochissimi libri a disposizione, prestiti scritti a penna e schedari di latta, senza un posto dove sedersi per sfogliare.

Ritornando alla macchina ho meditato su come potrei fare per. Tipo, prendere un appuntamento con qualcuno in municipio e spiegare la rava e la fava e io farei e io direi. Dare consigli, suggerimenti, inviti. In fin dei conti mi sono occupata per anni di biblioteca, non solo come lettrice. Ho realizzato siti, faccio newsletter, mi piace bazzicare tra libri, ho creato un punto book crossing.
Impossibile, non mi darebbe retta nessuno, ho proseguito tra me e me.

E poi la biblioteca è proprio come la città, vecchia e senza futuro, ricca di storia e di bellezza, chiusa, inadatta al cambiamento. Sonnolenta e pacifica, allergica alle trasformazioni, felice di tuffarsi nel consumismo più pacchiano. Una città in bilico tra volgarità e rigore, tra puzza di muffa e piscio di birra, senza sbocchi per chi è giovane e senza allegria per chi è vecchio. Eppure bella, a volte troppo bella.

E poi bon, dovevo mandar via due raccomandate e ho cambiato cose da pensare.

 

 

Rossatinta è meglio di Facebook

Rossatinta è meglio di Facebook

Ricordo che quando Splinder dichiarò che avrebbe chiuso i battenti noi tutti blogger soffrimmo come per un licenziamento e ci furono settimane di panico.
Cosa ne sarebbe stato di noi?

Si reagì con iniziative isterico/solidali, tentativi di salvataggi, istruzioni di migrazione: finimmo sparsi per il web dentro a nuove piattaforme, un tantino incerti ma con la sensazione di essere dei reduci. Qualcuno parlò di naufraghi e non era del tutto sbagliata come metafora. Anni di confidenze, descrizioni, amicizie, intrecci e cazzeggi improvvisamente perduti nel vuoto cosmico. Anni di scrittura, lettura, discussione e conversazione erano di colpo e senza via d’uscita finiti nel nulla.
Quelli fighi andavano su wordpress, io non ricordo che giri ho fatto e neanche ho bisogno di ripercorre le tappe, ma sono approdata qua.

Quando è arrivato facebook lo zoccolo duro si trincerò dietro allo snobismo. Non mi avrete mai, non cedo alla deriva dei social. Naturalmente non è stato che un debole, misero tentativo; da anni siamo tutti super social.

Come tutte le evoluzioni del costume, dalla penna al computer, dal diventare da giovani rivoluzionari ad anziani conservatori, dal fare i figli incazzati all’avere figli incazzati, si deve soccombere per non soccombere.

Adesso avere un blog di tipo tradizionale come Rossatinta, aggiornarlo, scrivere per il gusto di scrivere senza metterci la faccia, senza protagonismi né selfie è una operazione anacronistica. Cambia proprio l’approccio, ci si chiede a che pro fare fatica? Chi mai avrà voglia di interagire, e perché? Il blog personale, autentica espressione di inutile cazzeggio e produttore di leggerezza pesante e letteratura fuffa mascherata da buona scrittura è definitivamente tramontato. O no? Ho posto questa domanda alla protagonista di questo superstite, di questa mummia webbica: Rossatinta.

La sua risposta è stata: chissenefrega.

Lei dice che non le importa se nessuno legge. Lo dice da anni. Sostiene che i blog sono dinosauri che non hanno ragion d’essere se il principio è la popolarità, ma che voler e saper scrivere va oltre le mode e se uno si diverte o ne ha bisogno che lo faccia.
A me sembra un tantino sprezzante e dubito che sia contenta di stare qua tutta da sola a raccontarsela, senza uno straccio di riscontro, ma lei continua, persevera e non ha intenzione di smettere. Non so se la storia le darà ragione, ma provaci tu a ragionare con Rossatinta.

Devo dire che la ammiro. Anzi, visto che è il mio alter ego, la tengo viva per convenienza, per darmi una sponda. Lei mi permette di fare di una vita ordinaria qualcosa di straordinario. Il blog è morto, viva il blog (Rossatinta scriverebbe tiè e ritiè).