Rossatinta è meglio di Facebook

Rossatinta è meglio di Facebook

Ricordo che quando Splinder dichiarò che avrebbe chiuso i battenti noi tutti blogger soffrimmo come per un licenziamento e ci furono settimane di panico.
Cosa ne sarebbe stato di noi?

Si reagì con iniziative isterico/solidali, tentativi di salvataggi, istruzioni di migrazione: finimmo sparsi per il web dentro a nuove piattaforme, un tantino incerti ma con la sensazione di essere dei reduci. Qualcuno parlò di naufraghi e non era del tutto sbagliata come metafora. Anni di confidenze, descrizioni, amicizie, intrecci e cazzeggi improvvisamente perduti nel vuoto cosmico. Anni di scrittura, lettura, discussione e conversazione erano di colpo e senza via d’uscita finiti nel nulla.
Quelli fighi andavano su wordpress, io non ricordo che giri ho fatto e neanche ho bisogno di ripercorre le tappe, ma sono approdata qua.

Quando è arrivato facebook lo zoccolo duro si trincerò dietro allo snobismo. Non mi avrete mai, non cedo alla deriva dei social. Naturalmente non è stato che un debole, misero tentativo; da anni siamo tutti super social.

Come tutte le evoluzioni del costume, dalla penna al computer, dal diventare da giovani rivoluzionari ad anziani conservatori, dal fare i figli incazzati all’avere figli incazzati, si deve soccombere per non soccombere.

Adesso avere un blog di tipo tradizionale come Rossatinta, aggiornarlo, scrivere per il gusto di scrivere senza metterci la faccia, senza protagonismi né selfie è una operazione anacronistica. Cambia proprio l’approccio, ci si chiede a che pro fare fatica? Chi mai avrà voglia di interagire, e perché? Il blog personale, autentica espressione di inutile cazzeggio e produttore di leggerezza pesante e letteratura fuffa mascherata da buona scrittura è definitivamente tramontato. O no? Ho posto questa domanda alla protagonista di questo superstite, di questa mummia webbica: Rossatinta.

La sua risposta è stata: chissenefrega.

Lei dice che non le importa se nessuno legge. Lo dice da anni. Sostiene che i blog sono dinosauri che non hanno ragion d’essere se il principio è la popolarità, ma che voler e saper scrivere va oltre le mode e se uno si diverte o ne ha bisogno che lo faccia.
A me sembra un tantino sprezzante e dubito che sia contenta di stare qua tutta da sola a raccontarsela, senza uno straccio di riscontro, ma lei continua, persevera e non ha intenzione di smettere. Non so se la storia le darà ragione, ma provaci tu a ragionare con Rossatinta.

Devo dire che la ammiro. Anzi, visto che è il mio alter ego, la tengo viva per convenienza, per darmi una sponda. Lei mi permette di fare di una vita ordinaria qualcosa di straordinario. Il blog è morto, viva il blog (Rossatinta scriverebbe tiè e ritiè).

 

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Pietre

Pietre

Sono padre e figlio, posatori professionisti da tre generazioni.
Il nonno, fondatore dell’impresa artigianale che vanta cinquanta e fischia anni di attività, vive ormai attaccato all’ossigeno per via di un’artrite reumatoide più altre sciagure in atto.
Sono una famiglia dedita alle piastrelle.
Persone d’altri tempi, unite, tradizionaliste, dure e profondamente ignoranti; gente che non ha studiato quasi per ostinazione, per proseguire con convinzione l’antico mestiere manuale. Gente che fuma, mangia male, beve troppo, non si cura e finisce con l’ammalarsi presto o meglio vivere sempre un po’ ammalata.

Stanno posando da tempo immemore delle pietre retrosegate misto contadino su un pezzo di casa di mio marito: per l’esattezza sopra a quel tondo davanti con i finestroni e poi di lato tipo mezza parete.
Mio marito mi chiese, tempo fa, di studiare l’edificio (versava in condizioni precarie, incomplete ed era ricco di particolari raccapriccianti dettati da un gusto piatto oppure barocco) per sistemare il sistemabile. Mio compito era completarlo con stile, gusto (mah), levandolo dall’impiccio di risolvere problemi per lui irrisolvibili e chiudere con “stocazzodicasa”. Detto fatto.
Mi piace dire che l’ho colonizzato, modificando il modificabile ed adattando il più possibile l’esistente con il desiderato. Ebbi risultati alterni, ma tutto sommato accettabili, previo esborso minimo di danaro. L’obiettivo era riciclare e trasformare a costo e chilometro quasi zero, ma quando siamo arrivati al discorso come finiamo l’esterno è scattato il budget. Per quanto riguardava il pitturare ci siamo arrangiati e autoassunti, ma sull’ultimo passaggio, ovvero il rivestimento sassi pietre mattone abbiamo dovuto optare per il fornitore esterno.

Per me andava bene chiunque basta che costi poco.
Per lui c’era la succitata azienda o niente da fare. Questione di tradizione, di parentela, di abitudine. Alla prova dei fatti posso sostenere senza alcun dubbio che su tutto il territorio del nord-ovest non si trovino persone meno laboriose dei nostri artigiani della pietra attualmente all’opera. Ma la mia opinione non sposta di una virgola la decisione di chi, alla fine, paga. Anche se evidentemente lenti, cari e neanche troppo rifiniti, se dobbiamo parlare di piastrelle hanno l’esclusiva e bon. Facciamocene una ragione.

Il padre è un bel tipo alto, pelato, dalla faccia segnata e l’occhio leggermente bovino. Il figlio ha una voce nasale strana ed è più basso e tozzolotto. Entrambi fumano, entrambi tossiscono e fanno versi disumani, entrambi amano la conversazione e si intrattengono volentieri con i passanti. Vanno d’accordissimo.

Ne ho piene le storie di questi due.

Credevo che mettere le pietre retrosegate fosse una cosa veloce e mi sbagliavo tantissimo.
Ci stanno mettendo una vita tra sigaretta di pausa, telefonata, chiacchierata, adesso vado perché esce il bambino e oggi guarda ho un mal di schiena. Sono già quattro settimane che sento scalpellare, segare, picchiare e hanno detto che ce ne vuole un’altra. Un’altra. Poveracci dirai, che lavoro di merda. Certo, non c’è dubbio, rispetto a me che sono qua che massimo della fatica stiro o passo lo straccio sui vetri tra un lavoro e l’altro bella seduta al computer il loro è un lavoro di stramerda.

Il cane vive da un mese chiuso in cantina e direi che è al primo posto in quanto a disagio. Ma mica lo mollo, si potrebbe raggiungere un livello di violenza inaudito con quel carattere che si ritrova. Il cane odia soprattutto il padre, per inciso.

Arrivano, aprono il cancellino da soli che sanno il posto della chiave. Poi lavoricchiano fin verso le undici e mezzo e spariscono nel massimo silenzio. Si rientra verso l’una e mezzo sempre che non ci siano intoppi e poi diciamo entro le quattro, quattro e mezzo via che si va a casa. Bisogna stare attentissimi a non affacciarsi o incrociarli altrimenti minimo un quarto d’ora di conversazione va via come niente.

Ah ma sta venendo fuori una cosa spettacolare, diciamolo.
La gente si ferma perfino con la macchina. C’era uno, quella volta che siamo rientrati a piedi da un giro non ricordo bene il giorno, che è arrivato in bici (anzi, in bice), si è avvicinato al cancello e guardava dentro con attenzione.Poi ha girato la bice ed è tornato indietro. Può benissimo darsi che fosse partito da casa dietro suggerimento di qualcuno che gli ha detto sai che c’è una casa che stanno ricoprendo con le pietre ma vedessi che belle. I posatori dicono che in questa città a loro memoria non ce ne sono, di case così.

Non ho raccontato la mia opinione su come sono le case di questa città, in ispecie quelle edificate dal dopoguerra ai giorni nostri. Se rivestire un po’ di casa in pietra la rende bellissima vuol dire che le altre fanno ben schifo, mi pare. Sembra che da un certo periodo in avanti sia stata fatta tabula rasa di tutta la sapienza, l’eleganza, il buongusto e la bellezza accumulate dall’uomo. Zot.

[forse i grandi cambiamenti architettonici che modificano il paesaggio urbano nascono così, dall’idea di qualche visionario che porta l’esperienza costruttiva di un posto in un altro posto. Il risultato delle commistioni, d’altra parte, se ben orchestrato e fatto con rispetto, conduce ad un’innovazione di linee e soluzioni]

In altre parole, se fai una cosa nuova che sta bene gli altri copiano e alla fine il paesaggio migliora.

In ogni caso ne ho talmente piene le storie di questi due, del casino, delle pietre, della polvere che bello o brutto finire prego.
E poi chissà quanto costerà.
Non ci voglio neanche pensare.

C’è un matto.

C’è un matto.

La pazzia non è mica una cosa diritta.
Si accende, esplode, diventa enorme e prende tutto quello che trova, come una bomba quando butta tutto intorno le schegge.
Magari si smorza, trova modo di addormentarsi attraverso meccanismi chimici. Poi improvvisamente riprende vigore.

Non sono una psichiatra e neanche ho grande esperienza di matti, ma ne ho incrociato uno ultimamente. Diciamo da qualche mese. Non ci piacciamo molto, per motivi diversi. Vorrei poterne parlare con affetto ma non ci riesco. Evitate di fare i buonisti con i matti, perché non si guarisce con la finta pietà.
Lo dico per esperienza.

I matti sono difficilissimi da avvicinare, da conoscere e soprattutto da capire.

Ci vogliono anni ed anni di studi e poi anni ed anni di pratica sul campo anche solo per capire da che parte sono girati, per cui figurati io, che al massimo ho avuto a che fare con depressioni e ansie di quelle normali, come posso mettere  una targa a questo matto qua.
Non ci provo neanche a classificare, codificare, diagnosticare e conseguentemente prescrivere cure. Però matto è matto, non ci sono dubbi, lo hanno detto quelli bravi.

Si tratta di un personaggio a noi vicino e tutto sommato importante. Non posso dire molto di più perché non voglio interferire con le vite altrui e mi dispiace tanto essere così generica, così superficiale e inesatta.
Ma è questione delicata.

Diciamo che questa persona fa parte della mia vita indirettamente ma mi coinvolge parecchio lo stesso, perché in questo periodo è diventato una bomba in piena fase disastrosa.
I suoi amici che in realtà si riducono a due persone lo accompagnano ogni mattina nell’ambulatorio dove sono stati indirizzati dopo che hanno fatto il giro di tutti i posti possibili per tentare di fermarlo (ovvero calmarlo ovvero renderlo mite oppure meno dannoso, dipende). A un certo punto trovano la strada che sarebbe centro di igiene mentale. Andate lì che trovate dei dottori apposta.

A questo punto il matto deve andare, restare, parlare, fare in modo che il personale capisca e successivamente tornare per farsi curare. Non ho idea di cosa serva, so che la prima parte ovvero andare da qualcuno che fermi la bomba è stato piuttosto difficile, soprattutto perché il matto non vuole essere curato e non si crede matto o perlomeno non così matto.
Per cui una cosa che sembra facilissima (andare dal dottore) diventa difficilissima.
Poi.
Si tratta di andare di mattina in un ambulatorio e prendere una pastiglia di antipsicotico, ma mica detto che lo faccia. E quando un matto salta la pastiglia è un casino.

Andare in giro e parlare da solo e con tutti. Entrare ovunque, non stare mai fermi, dire cose senza senso, avere deliri, credere di essere onnipotente, attacchi di paranoia ed odi ingiustificati. Non avere nessun controllo. Distruggere chi tenta di aiutare, coinvolgere nei propri deliri. Scappare. Rubare. Mentire, tanto e con chiunque. Negare. Accusare. Azzerare le proprie emozioni oppure avere giganteschi sensi di colpa. Distruggersi in continuazione senza mai riuscirci.
Inferno puro.

Mai che si veda un matto contento.

Anche solo un quarto d’ora di contaminazione con la follia vera, autentica, ti rende così provata, così svuotata, così impotente da farti venire voglia di scappare. Ecco, questo grossomodo è un antipasto di cosa è un matto per chi non ha l’adeguata preparazione per gestirlo. Sicuramente sono una stronza, perché dovrebbe accendersi l’interruttore pietà e pena. Può darsi. Ma non faccio finta dicendo che poverino è matto.

Poverino è matto e quindi va gestito, questo si.

In passato è stato via dei giorni e non si sa cosa ha fatto, dove fosse finito.
Tutti a cercarlo e dopo salta fuori, non si ricordava niente.
Si dice che sentiva delle voci e allora sarà schizofrenico?
Ma cosa vuoi saperne tu, sta zitta.
L’hanno ricoverato quella volta.
Poi è guarito, nel senso prendi sempre le medicine che tieni la tua follia sotto controllo.

Adesso è tornato fuori come un balcone. Aveva smesso con i farmaci, tanto mica c’era qualcuno che lo controllava. Avrà deciso, si sarà dimenticato, non sarà stato capace di gestirsi.
Chi vuole bene e si preoccupa per questo matto dopo un po’ sclera e si arrende, dice senti io fin qua arrivo ma dopo basta.
Chi ci convive spera se ne vada, forse vuole mandarlo via e non si sa come andrà a finire.

Perché alla fine il matto è solo. Abbiamo un bel dire che la follia non è contagiosa. Se ci stai vicino per davvero dopo un po’ cominci a farti due domande.

Nella mia distante ignoranza mi chiedo come sia possibile che tutti i dottori, tutti gli ospedali, tutte le cose le cure eccetera non siano in grado di aiutare chi è matto. Nel senso, tu hai un tumore e vai, trovi, prendi eccetera. Ci sono tante cose.

Ma se sei matto e non lo sai, mi dici come fai a curarti? Sarò ignorante ma non riesco a darmi risposte convincenti.

Vorrei costringerlo ad andare in un posto dove riescono a curarlo. Obbligato. Vorrei che fosse tenuto sotto controllo tutto il tempo necessario per diventare meno matto e non fare ammattire gli altri. Vorrei che la sofferenza che crea, che infligge e che subisce avesse un seppur minimo scopo. Invece no, non si può. Cosa c’è di bello nel lasciar libero un matto di spargere dolore e ammazzarsi senza mai morire? Cosa ci guadagna? Non lo capisco.

Una vita da folle è la peggior condanna si possa avere, da scontarsi soli, senza appello, senza uscita.

La prossima volta scrivo cose leggere allegre e divertenti, abbi pazienza.
Oggi avevo bisogno di sfogarmi.

La rigenerazione del cubo

La rigenerazione del cubo

Ho capito, sembra interessante. Cancello la popup che mi impedisce di digitare le impressioni di questo settembre e nel frattempo ascolto il silenzio rotto dal cippettio e dal ticchettio dei passeri e del cucù.
Ieri ho fatto un giro al cubo, combinando incontri e raccogliendo ricordi. Ogni volta che riprendo la salita per quelle scale sporche è un pezzo di passato che rigurgita e fa massa critica nello stomaco.
Al piano di sotto sono arrivati personaggi brutti e probabilmente non troppo a bolla. Fanno rumore di notte, ospitano gente di fama losca. Accanto il bidello con la moglie sul terrazzo che fuma. Attorno il cemento che si sgretola, il cancello che non apre, l’erbaccia che fa festa e dilaga. Dietro i lavori di pulizia della linea ferroviaria, un incessante rumore di ferraglia e ruspa che scava.
Non mi manchi, cubo.
Le stanze si stanno smantellando un pezzo alla volta. Si smontano i mobili da regalare, da buttare, da bruciare. Si procede per strati, come una cipolla marcia.
Prendo qualche borsa di carte da spulciare, saltano fuori ricordi che spinano o bruciano o profumano o fanno ridere o sorprendono. Ho tenuto da parte molte vite e adesso posso finalmente strappare i bigliettini collegati a eventi brutti, conservare le piccole gioìe rimaste lì ad aspettarmi e fare un falò con le inutili cose che pensavo fosse impossibile gettare. Non è un’operazione dolorosa, ma lascia comunque tanti pensieri.

Ripenso a quanto ho fatto e dimenticato, soprattutto.
Il 28 maggio 1999, alle otto e zero uno, scrivevo questo:

Apro la posta e scopro che
questa mattina posta non c’è
apro la porta e vedo inoltre
che nonostante la fitta coltre
la vita scorre instancabilmente
e ai suoi dolori indifferente
mostra la chiostra di denti gialli
e a tutti quanti pesta li calli.

Ho trovato poesie, favole, diari e racconti.
Rileggerò come se fossero scritte da un’altra persona, in un altro posto, in un’altra vita.

 

 

C’erano una volta Darkman Perfy e Figaccione.

C’erano una volta Darkman Perfy e Figaccione.

Oramai non se ne parla più.
Son cose vecchie, cose da blog degli anni duemila e poche unità, quando scrivevi sotto l’ombra dell’anonimato parole di fiamma e fuoco, tuoni fulmini e saette per sfogarti vendicarti rallegrarti e consolarti, per tirarti fuori da una vita difficile con stratagemmi semplici e ingenui. Quando te la raccontavi e ti facevi chiamare Rossatinta che viveva al Cubo e aveva tre figli e fingevi una sitcom a puntate per sopravvivere al disagio.

Disagio adesso si adopera per tutto, perfino quella ragazzina perbene figlia di una professoressa di lingue e di un ex imprenditore che posta una foto sui social con un cappellino i capelli leggermente verdi e un cane randagio la adopera. Ma non c’è mica disagio in quella vita, in quel sorriso su quel faccino sano i cui problemi peggiori sono emersi quella volta in cui ha rotto laifon e amici miei due anni di fotografie sono disperata sapete come posso fare per recuperarle? Va di moda dire vivo disagiata ma ti assicuro -cara giovanetta- che è tutta un’altra cosa starci fino al collo.
Il disagio è molto simile alla merda, ma più duro e più difficile da mandar via.
Non ti piacerebbe.

Non se ne parla più di quei tre perché sono diversi. Uno si è sposato per la seconda volta giusto sabato scorso e aveva un completo grigio estivo abbastanza ben tagliato, un mocassino blu di camoscio, una camicia bianca di buona fattura e i capelli lunghi fino alle spalle. Uno che andava in giro con scarponi da venti chili l’uno e sembrava il campionario della ferramenta casa del chiodo, uno che a parte il nero aveva indosso il mimetico ma sul grigio, uno con i capelli sottochiappa e il tanfo di sudore da rocker che non si lava neanche sotto tortura sabato mattina esibiva un look discreto e una panzetta da birra post lavoro. Di dark gli erano rimasti lo sguardo triste e la faccia seria. E magari i sogni, le vecchie chitarre e il desiderio sempre ammaestrato e mai affrontato di vincere la paura di un padre onnipresente e onniprepotente.
Quel Darkman che conoscevo io aveva avuto il coraggio di andarsene, ai tempi del cubo, di girare la vita nella direzione ostinata e contraria e prenderne il timone. Le ondate, le mareggiate e la fatica se le è imbarcate con coraggio, anno dopo anno e casino dopo casino.
Al ristorante se l’è messo di fianco, il padre potente che lo ha portato dal barbiere, dal venditore di vestiti estivi grigi eleganti e da quello delle scarpe di camoscio blu. Ogni volta che li guardavo speravo che ne fosse felice, che fosse fiero di questo figlio diventato adulto proprio come voleva, obbediente come un cane pur di ottenere il suo consenso. Ma poi quando siamo andati in giardino per il taglio della torta Darkman non riusciva ad aprire la bottiglia e lui gliel’ha strappata di mano, ha estratto il tappo e gliel’ha restituita con uno sguardo che diceva cretino, non sei neanche capace di fare questo.

Mi si è stretto il cuore ma tutti brindavano e ridevano e forse questa cosa l’ho vista soltanto io. Gli ho detto, senza parlare, senza che mi vedesse, senza che lo sapesse spero che tu sia felice, anche e a dispetto di quel padre.

E non c’è più neanche la Perfy che di perfetto non si è mai sentita nulla, men che mai nei tempi del cubo.
C’è una ragazza che vive male, bene no male no benino dai.
Perfy non c’è e al suo posto è arrivata una tizia stile centro sociale, accompagnata con uno spilungone scuro, stravagante e bizzarro. In ritardo tanto da far perdere la pazienza al sindaco, con un armamentario di orecchini e collane metalliche da brava universitaria borderline, vestito lungo e capelli rasati quasi dappertutto.
Quella ragazza che si è presa il mio fegato, cuore, cervello e altri organi era lì, come al solito in ritardo, come al solito sopra le righe. Timida ed aggressiva, forte e delicata. La mia Perfy bambina molto viziata è una donna ancora bambina e ancora viziata ma con una madre finalmente cresciuta. E su Perfy c’è da tornare, perché lei è un po’ me e io un po’ lei dato che siamo femmine e di figlie ne ho una soltanto. Specialità della casa.

Ah si, c’è Figaccione. Sempre bellissimo, ovviamente. Vestito da figo, perché la vita fa larghi giri ma alla fine quello che eri resti nel profondo e lui, tamarro dai capelli in piedi, pantaloni a tubicino, camicia bianca con cravatta seria non da venditore, rientra nel personaggio.
Ha fatto un largo giro, partendo troppo presto, andando a lavorare in fabbrica per i vestiti di moda, per il motorino, per le fighe. E poi si è perso tra mille cambi di idee, di scuole, di scelte, di donne, di sbagli e di malattie. Si è sentito male, ha dovuto curarsi e lo ha fatto peggio ancora, ha sbagliato amici -o forse erano i compagni giusti per conciarsi da schifo e lui voleva lo schifo fino in fondo.
E’ diventato brutto e trasandato, ha avuto crisi di nervi, scatti di rabbia, ha rubato, distrutto e sbagliato per un lunghissimo periodo. Eravamo impazziti, al cubo, a in certo punto, e quasi tutti davamo la colpa agli altri.
Lui però ne aveva eccome, di colpe.
Ha smesso di essere lui, come succede quando le cose crollano. E tra l’altro gli sono precipitate tutte e rigorosamente addosso. Però poi si rinasce.
Ora ha trovato una ragazza con i capelli corti dopo anni di gnocche dai capelli lunghi.  Una donna con il sorriso più sorridente che abbia mai visto, con una luce negli occhi difficile da spiegare e parlo di occhi belli, non di un cesso.
L’amore fa fare queste stravaganti capriole anche ai figaccioni.
Magari all’inizio avrà pensato evvai, questa ragazza ha tanti di quei problemi, vive talmente male ed è talmente buona e servizievole e docile ed innamorata che posso finalmente trovare mamma due punto zero. Stupido Figaccione, mica sapeva che stava illudendosi; si stava innamorando. Stava cambiando, stava pensando ad un futuro a due, per la primissima volta in vita sua. Saranno gli ultimi abitanti del cubo, tra un paio di mesi si trasloca. La fine di un incubo, per loro. Per me la fine di un’epoca, senza rimpianti né nostalgie. Non da poco: la fine di un affitto (gioia).
Smetterò di chiamarlo così, d’accordo. Resta bello e difficile, stronzo e maschilista. Ma anche buonissimo e delicato, dolce e rispettoso perché ha incontrato una che non è Figacciona, ma è bella veramente.

Eccoli qua, i miei ex coinquilini che incidentalmente sono anche i miei figli.
Come nelle storie banali delle famiglie banali non mi cagano più tranne in caso di necessità o disagio (vero); in linea teorica sto diventando proprio come quelle odiose madri che la fanno pesare e non mi chiami mai e insomma quando vieni a trovarmi.
Ma non glielo scrivo mai, non glielo dico mai. Lo penso e mi autocommisero.
Vorrei essere una madre adeguatamente stronza che anche se non desiderata piomba in casa altrui, oppure mette il becco in faccende private, o li tortura mettendoli in condizione di sentirsi in colpa e/o altri simili bassi metodi per ottenere attenzione.
L’ho fatto e non è detto che non lo farò, in caso di grossa crisi.
Ma per ora tengo botta.

E dai, lo scrivo anche se è ovvio e banale: non sono loro ad essere diversi ma molto probabilmente sono io che ho imparato a guardarli separati da me.
Mi sono esterni, che non vuol dire estranei.

La triste vicenda eccetera seconda parte

La triste vicenda eccetera seconda parte

Non ho intenzione di tediare altresì con la faccenda ma preferisco finire le cose che comincio, dunque raccontiamola per sommi capi.
La bestiola si è rivelata normale sotto tutti i punti di vista, se vogliamo essere sinceri.

Un cane è un cane, ovvero un animale che ha atteggiamenti, comportamenti, pregi e difetti tipici della sua specie. L’umano pure. Il signore che è stato morsicato a sangue dal cane di cui sopra ha semplicemente ignorato le più elementari regole di sopravvivenza e ne ha pagato le conseguenze. Povero nonno, mi vien da aggiungere.

Il cane dal nome impronunciabile lo ha detestato profondamente sin dalle sue prime apparizioni. A dire la verità ‘sto animale decide con una certa veemenza chi gli piace e chi vorrebbe simpaticamente mangiare e se fai parte della seconda categoria sta pur tranquillo che ti odierà cordialmente per sempre. La persona oggetto della sua ringhiosa acredine lo ha dal principio insultato, con il risultato che il cane abbaiava, lui urlava e si lasciavano uno di qua e l’altro di là dal cancello che (per fortuna) li divideva con promesse di reciproche violenze di natura fisica e conseguenze dolorose.

A un certo bel momento l’umano ha deciso di tra virgolette fare pace. Di sua sponte e senza alcun preavviso ha affrontato il mostro. Noialtri abitanti di questa pregevole abitazione con tanto di orto e giardino nel vederlo così determinato l’abbiamo preventivamente messo davanti alle prospettive non tanto felici di possibile aggressione. Ma lui no, testardo. Gli abbiamo messo in tasca allora un notevole equipaggiamento di biscottini perché il canide in quanto a mangiare si difende ottimamente. Quindi, quando l’umano ha invaso il territorio canino ho pensato bene che era meglio mettergli il guinzaglio e fargli fare il cane cagante per un po’, giusto per ritardare il fatidico incontro.

Poi le cose sono precipitate. Io sono andata al mio scrittoio nonché postazione di lavoro, l’umano mio consorte era occupato a fare nonsocché in cortile e l’umano in serio pericolo ha preso l’iniziativa. Il cane anche. Ho disinfettato e fasciato, meditando su possibili conseguenze terribili, attacchi di rabbia, vaccinazioni, abbattimenti, arresti e fedine penali segnate per sempre.

Stronzi tutti e due. Anzi, stronzi tutti e quattro, perché certe cose sono da prevedere e prevenire. Nonno morsicato, cane punito, proprietari avviliti. Tutto molto triste.

Non mi dilungo sulla questione veterinaria, pronto soccorsifera e sulle discussioni che hanno fatto per un certo periodo, ovvero un tot di ore, vacillare l’armonia di quello che posso definire un matrimonio ottimamente riuscito. Le cose poi, da lontano, appaiono sempre meno gravi di quel che vivi sul momento. Il graffio era lieve, l’umano ha imparato che non si fa pace da un lato solo della barricata, i proprietari (mi rifiuto categoricamente di definirmi genitore o affidatario o che ne so) si sono presi un bello spavento e tutti vissero grossomodo felici e contenti.

Picola postilla. Il giorno in cui ci misero in mano un pezzo di carta che diceva e mò son cazzi vostri, pigliatevi ‘sta bestia e fate conto che vi controlliamo ogni due per tre, comparve una misteriosa scheda. C’era un foglio con su scritto in rosso INAVVICINABILE.  Passò velocemente sulla scrivania, chiedemmo informazioni, ci fu detto che si, in effetti, beh, sapete, voi adesso lo vedete così ma quando l’abbiamo preso non si lasciava toccare, ecco era difficile, mordace insomma. Insomma se lo sapevo prima mica lo prendevo, abbiamo pensato in perfetta sincronia coniugale. Ma ormai, cosa vuoi, d’altra parte. Eccetera.

Mi vorrei soffermare invece sulla pletora di figure che spiccano in questo panorama di gente fuori di testa che quando potrebbe godersi la vita in santa pace perché i figli li ha ormai grandi e fuori casa si assoggetta a questo andazzo che ci vede collegati tramite cordone ombelicale a dei puzzolenti quadrupedi pelosi, caganti, abbaianti, adoranti.

Le figure sono

a)noialtri stronzi che ci innamoriamo di un animale (cane gatto furetto coniglio o robe che vanno improvvisamente e assurdamente di moda) e lo portiamo a casa, salvo poi accorgersi che siamo entrati in un tunnel che difficilmente ci restituirà la precedente serenità.

b)l’educatrice canina (giuro che esiste e che, dannazione, il canile ti rifila) che ti tampina, ti cura, ti telefona e ti messaggia ogni due ore per sapere se il cane sta bene quando tutto sommato non crea grossi casini; te pensa come diventa il giorno in cui scopre che il soggetto incriminato ha fatto danni. Tu immagina di essere sotto costante osservazione.

c)l’esperto che sa, sa, sa tutto e tu, tu, tu sbagli tutto. Gli dai da mangiare in modo sbagliato, lo porti a cagare nei luoghi sbagliati, lo fai giocare e invece deve dormire lo fai dormire e invece deve socializzare. L’esperto è un misto tra medico, psicologo, addestratore, istruttore ma soprattutto è un grandissimo rompicoglioni. Spesso si nasconde sotto le spoglie del punto b. Se poi il punto b ti conosce anche fuori dall’ambiente canino sei fottuto/a. Non puoi abbattere il cane e ti dispiacerebbe moltissimo, ma il pensiero di mettere in quarantena il punto b ti sfiora spesso.

d)le persone che amano i cani. Tu sei lì che mangi la tua granita e il tuo cane è accoccolato sotto al tavolo del bar. Non sei rilassatissima, potrebbe incrociare lo sguardo di un altro peloso e improvvisamente decidere che la sua missione quel giorno è farne polpette. Arriva la persona che ama i cani e comincia a fargli i versi. E le carezzine e ma guarda che carino che dolce che amore. Ho tirato su numero tre figli, una nipote, una figliastra e numerosi altri neonati mi sono stati in braccio ma mai ho visto la gente sdilinquirsi per un altro essere vivente come -in questa fase storica assurda- fanno quelli che amano i cani con i cani, specialmente quelli degli altri.

e)le persone che odiano i cani. Sono diffidenti e fanno bene. Sono incazzati perché cagano e sporcano e fanno super bene. Sono esasperati per le lunghissime sessioni di abbaiaggio che subiscono ogni notte, in particolare se fa caldo e tieni le finestre aperte, e fanno super stra bene. Ma onestamente non devono prendersela con le bestie e anche se corro il rischio di essere banale va odiato e profondamente il proprietario che, nove volte su nove, è un ignorante di prim’ordine.

f)le persone che portano in giro il cane e ti chiedono di passare da un’altra parte. Giuro, esistono. Tu passi con il tuo quadrupede cagante e incroci, all’angolo di un isolato dove altri umani stanchi si fanno portare in giro da altri quadrupedi caganti, una signora magrissima che fuma, telefona e contemporaneamente tiene due vitelli con la mano libera (ha tre mani); ti vede arrivare, le si alza il pelo sulla groppa e ti fa no dai no, dai passa da un’altra parte che io se tirano cado. Mediti numerose e colorite espressioni che purtroppo non puoi recitare ad altra voce e trascini via il tuo stavolta bravo cane verso altri angoli di altri isolati. E trovi una signora al cancello, stavolta grassa e senza sigaretta, allarmatissima che ti fa senta non le dispiace tornare indietro? No perché vede (e indica l’orizzonte) mi è scappata la cagnolina di là e potrebbe essere aggressiva. Sa sto tentando di farla tornare indietro abbia pazienza scusi scusissimi.

E qua va detta l’amara verità che ho scoperto DOPO. Non è vero che un cane ti aiuta a socializzare. Ogni incontro con altro soggetto idiotamente dotato di bestia è un’incognita che potrebbe sfociare in dramma. Ogni avvicinamento è motivo di tensione. Un giorno mi sono accorta di camminare in una zona molto aperta, con case basse strade larghe e tanto spazio per vedere. Vedere altre sei sette persone, ciascuna lungo la propria traiettoria, ciascuna con il suo cane, tutte accomunate dalla paura di incrociarci.
Povera illusa che non ero altro.

Insomma, non c’entro niente con gli animalisti, non amo alla follia il mio cane, non nutro particolari simpatie per questa moda di avere bestie trattate come umani e trovo assurdo  paragonare la vita, il cervello, le necessità di un gatto o di un porcellino d’India con quelle di un figlio, tanto per dire. Vogliamo bene a (nome impronunciabile) ma fammi capire, come disse il nonno Giovanni (celebre per le sue frasi lapidarie) ‘a l’è un can. E bon. Abbiamo cura di lui, l’abbiamo portato in viaggio e l’abbiamo fatto giocare e avvicinare ad altri cani, peccarità gli diamo le crocchette e l’acqua, c’è il suo posto per farlo dormire e lo si porta a fare due corse in campagna tutti i giorni. Ma l’è un can, sottolineo.

E concludo con un giro nell’ennesimo negozio per cani ricchi, un emporio che brulica di oggettistica costosissima di cui non conoscevo l’inutilità e mi ha fatto molto riflettere, sinceramente. A parte i guinzagli da novanta euro (io vado al mercato e compro roba usata da un euro ma non c’entra, lo capisco, sono un caso limite), c’erano i cibi speciali per cani intolleranti. Ora, chiunque abbia portato in giro la sua bestia pelosa puzzolente si sarà accorto che il cane mangia di tutto, apprezza di tutto ma va letteralmente pazzo  se ingurgita roba sporca, contaminata, schifida e putrida. Più fa schifo più gli piace e non fai in tempo a tirarlo via perché ha già spazzolato con cura, lappato fino all’ultimo granello il vomito schizzato sull’asfalto. L’esistenza di cibi speciali per cani intolleranti mi ha fatto capire che l’umanità non ha grandi possibilità di salvezza. Peccato.

 

La triste vicenda di Rossatinta e del suo nuovo cane cagante

La triste vicenda di Rossatinta e del suo nuovo cane cagante

Mi sono rassegnata. Se vuoi appartenere a questa cittadina che fa provincia tant’è che c’è la prefettura e la questura e il tribunale e tutto devi avere il tuo regolamentare cane cagante. Non hai idea di quanta merda di cane ci sia in giro per le strade e ciò testimonia quanto sia grande da queste parti l’amore per le bestie e quanto sia insito nel cittadino il rispetto per il paesaggio. Perché per cagare così tanto devono spendere una marea di soldi in crocchette, va detto e sottolineato.

Ci sono cani caganti in ogni dove, di ogni tipo e per tutte le occasioni. Ci sono anzianissime signore che barcollano trainando minuscoli deformi quadrupedi che cagano esattamente nei posti più esposti di ogni incrocio. Una volta l’anziana stava chiacchierando e si è spostata un attimo, ma perché arrivava una macchina mica perché il cane cagava. Poi la sua creatura ha dato una bella spazzolata con le zampette all’asfalto e via, libero e leggero.

Le merde di cani e i cani e i proprietari di cani sono dappertutto. La scrivente, ovvero questa povera ingenua illusa senza cervello che non sono altro credeva che essere forniti di bestia regolamentare potesse crearmi un buon passaporto per conoscere la cittadinanza. Credevo, stolta di una Rossatinta, che avere un guinzaglio con attaccato un mucchio di pelo fosse un ottimo metodo per sentirmi parte viva della comunità.

Col cazzo.

Specialmente se adotti un cucciolo tanto bellino, tanto simpatico, della taglia giusta, con un muso intelligente, con una imperfezione da adesso ti salvo io povero cucciolo che chissà quante ne hai viste e ti accorgi, dopo qualche giorno, che è un cane mordace. Non sapevo cosa volesse dire per davvero veramente e mi pento amaramente di non aver dato gran peso alla signora dai capelli finto finti.

Ma spieghiamo le cose con la doverosa esattezza. Non semplifichiamo.
Era una cagnolina di una bruttezza notevole ma di un carattere altrettanto spettacolare, quella che ho trovato in questa dignitosissima casa, ai tempi in cui meditavo di trasferirmi e poi sposarmi e poi avere una vita tipo normale. Era buonissima, innocua, dolce e cagante ma neanche tanto. Però aveva un tumore sulla schiena che nel giro di qualche mese l’aveva resa prima simile a un dromedario che se non sbaglio è quello che ha una gobba soltanto e poi uno straccio di bestiolina. Povera. Fu seppellita in giardino in un giorno gelido di gennaio se non ricordo male.
Dopo qualche settimana la Perfy che vive altrove e viene qua due giorni al mese giusto per mi fa ma perché non ne prendi un altro e dai che avete posto. E io che non so resistere alle richieste filiali ho detto ma si. Questa volta prendo un cane mio, me lo prendo e me lo allevo e me lo educo e faccio tutto quello che si deve fare.
Sarà cagante, pazienza.

Siamo andati a questo canile dove c’è una puzza di un’intensità mai sentita credimi giuro. C’erano bestie di ogni tipo, specialmente brutte e cattive. C’erano cani bellissimi che però avevano dei problemi di ogni tipo, genere e natura. C’era un casino della madonna e prima di ogni altra cosa una signora dei volontari che sono un gruppo praticamente talebano con regole severissime private loro che ti fa vedere solo certi tipi di cani a seconda delle tue caratteristiche. E già lì mi son trovata un pelo malino, perché non credevo che per vedere dei cani in gabbia toccasse sottoporsi a un interrogatorio con scheda di tre pagine (ricordo la domanda: nel caso lei e suo marito divorziaste, a chi andrebbe il cane? Ma te pensa, mi son sposata a marzo dell’anno scorso. Tiè).

Ad ogni modo mi sono mostrata disponibilissima, deliziosamente ansiosa e preoccupata quel tanto che basta per dare di me l’immagine della tipica padrona di cane over cinquanta. Tutte donne che fanno dei versi mugolanti e parlano ai cani con le vocine idiote, vezzeggiando e coccolando e facendo umiliantissime dimostrazioni di amore. Cose che personalmente mi costano parecchia fatica ma per amore questo e altro, ci mancherebbe.

Dopo un tentativo di adottaggio di cana di una timidezza patologica andato a male siamo riusciti a mettere il guinzaglio, giorni dopo, su questo quadrupede tanto bellino ci mancherebbe ma dal nome un tantino inquietante che non cito né citerò mai.

Vado avanti un’altra volta perché adesso è tardi ciao.