Il difficile è ricordarsi i titoli dei post

Il difficile è ricordarsi i titoli dei post

Era tanto tempo che volevo scrivere degli aggiornamenti sulla mia vita.
Meglio dimenticarsi di avere un blog, così quando ci metti mano hai delle notizie, altrimenti si rotola sul pendio delle malinconie, delle descrizioni di posti, dell’enfasi. Che poi io detesto quelle finte pagine di letteratura con l’enfasi. L’enfasi andrebbe abolita e mi domando perché venga ancora così ampiamente adoperata anche fuori dai discorsi sul palco. Anzi, fuori dal palco perché se levi l’enfasi il melodramma muore.

Ho spostato la residenza il che non cambia di fatto nulla in apparenza, ma lo fa parecchio in sostanza. Non posso votare il nuovo sindaco nel mio vecchio paese proprio adesso che si candida senza simboli. Ho cambiato il dutùr ma questo merita un discorso a parte. Con me si è trasferita Perfy, che ha dei trascorsi traumatici nel vecchio borgo padano e non ci vuole più mettere piede neanche se la pagano.

Nel cubo forse arriverà una sinistra personaggia in quella che fu la residenza darkettonica. Vivremo gli ultimi mesi cubici. Il contratto scade. L’orto non è stato vangato, il garage ospita nuovi sacchi di differenziata contenenti nuovi tipi di contenitori. La soffitta si riempie comunque e costantemente di scatole e ciarpame tanto che ormai certo: è autoproducente rumenta. Andrebbe studiata da qualche eminente scienziato. C’è da capire come avvenga il fenomeno; riproducendolo su larga scala magari troviamo il modo di pareggiare gli equilibri tra i paesi emergenti e quelli emersi e sistemiamo anche la questione della grande migrazione.

Adesso che ho risolto il problema del sud del mondo passo a raccontare del nuovo medico.

La prima volta sono andata con mio marito che mi ha detto almeno così capisce chi sei. Ho accettato  senza batter ciglio. Raramente ho trovato sale d’attesa più stantìe di quella dove abbiamo fatto anticamera. Metti di stare in un atrio circondato da panche imbottite per la venticinquesima volta, con appesi quadri sbiaditi, dal pavimento non vecchio né nuovo ma semplicemente stanco di essere lì. Tutto sommato non era un posto triste. Diciamo che ho avuto la sensazione di andare dal dottore con un mal di stomaco feroce una sera di febbraio del 1971.
Naturalmente poi la cosa si è svolta con la consueta sequela di luoghi comuni. I pazienti assortiti che avevano caratteristiche tipiche da descrivere in un sagace post di un blog di provincia, il rubizzo medico dal camice che non vedeva la lavatrice da settimane che infila qua e là una frase dialettale e scrive la ricetta al computer usando due indici.

La seconda volta avevo bisogno di farmi prescrivere una medicina per Perfy e mi sentivo molto a disagio perché si tratta di un antidepressivo. Ho smesso di prenderne con fatica e sacrificio ed ho buttato in fondo all’armadietto anche le pastiglie per rintronarmi in un sonno buio e senza incubi e mi presentavo al nuovo corso degli eventi con l’immagine di una signora immacolata nel suo sano stile di vita. Il mio principale problema, agli occhi di questa città dell’Ovest dove conduco un’esistenza impeccabile, era di avere un tantino di ulcera da passato troppo duro.

Adesso mi toccava andare dal rubizzo e raccontare per procura uno stralcio di passato fatto di depressioni, mancanze, fatiche e dissesti emotivi mica da ridere. Fortunatamente non è stato necessario. Il dutùr ha sorvolato brillantemente sul perché e percome e ha prodotto una magnifica ricetta con i suoi indici. Mi fa la segno a lei perché sua figlia non è ancora scritta, e poi ha riso un po’ troppo forte (è un po’ sordo: per entrare nel suo studio devi oltrepassare due porte e un corridoino così può gridare e la praivasi è salva).
Gli ho comunicato i dati della depressa ma sono praticamente sicura che non li digiterà mai. Fa niente, la prossima volta metto la busta nel cestino. Ti spiego questa cosa. Siccome ha moltissimi pazienti di cui la maggior parte sono anziani o molto malati (anche esternamente. Entrano zoppicando, con grandissime pance, nasi storti, magari incazzatissimi o comunque non a bolla) per velocizzare puoi scrivere un bigliettino con la tua richiesta e poi metterlo in una busta con sopra il tuo nome cognome e lasciare il tutto nel cestino. Il dutùr lo ritira quando gli viene in mente e se ha voglia prepara la ricetta che inserisce nella tua busta. Poi tu con comodo diciamo dopo qualche giorno ripassi e controlli se la busta è intonsa o corredata dal prezioso foglietto. Quindi nell’anticamera c’è un andirivieni di persone tra chi controlla nel cestino, chi aspetta di andare da lui e chi invece frequenta un tizio stranissimo, seconda porta di fronte all’ingresso, che fa i massaggi con i piedi e una volta lavorava per la squadra locale di pallone e tutti ne parlano gran bene perché pensa non chiede neanche i soldi ma è sempre allegro, sorrisi e ciaoni a tutti.

L’altra cosa molto importante è che Darkman e la sua nuova morosa che non sta tanto bene e mi ha sempre preoccupato perché la sentivo, al cubo, strillare come una dannata oppure telefonare ai vari amici che incontrava e che non ha mai trovato lavoro neanche quando lo trovava e si annoiava e faceva i capricci e lui pirla che la sopportava eccetera avrà un bambino. Avranno un darkettino o una darkettina e siamo tutti molto felici.
Non so che futuro avrà e spero che sia tutto diverso da allora.

La distanza mi ha fatto capire che lentissimamente le cose si muovono, spostandosi verso direzioni a volte imprevedibili. Mica sapevo che avrei avuto un nipote adesso. Adesso che ho un dutùr diverso, che ho un cliente di tutto rispetto o che ho una casa che a volte riesco perfino a sentire parzialmente mia ho capito (so che è tardissimo) di non avere mai avuto il controllo di niente. E va così, non è male o bene.
Mettiamoci comodi e guardiamo come va a finire. Ciao.

 

Città di cani

Città di cani

Ho superato l’anno di domicilio in questa città di pianura, non troppo lontana dalle mie origini ma molto diversa dal cubo e, girando a spirale, la via, il quartiere, il paese e il clima che ho frequentato tempo fa.
Non posso dire che sia un posto di divertimento sfrenato. La gentilezza spesso nasconde diffidenza, sospetto, noia e molta indifferenza.
Ma, diciamocelo con franchezza, è meglio un indifferente gentile in ogni caso.

I cani trascinano i padroni dappertutto, a qualsiasi ora e in qualsiasi zona ci si trovi. Qua secondo me hanno fatto un’ordinanza, un qualche cosa di categorico: o vai in giro col cane oppure paghi una tassa. O una multa.

Fattosta che qua le donne sono diverse e anche le porzioni nei supermercati. Anche le abitudini e gli orari. Anche le tradizioni, tutte differenti. Diversissime cose in questa città un po’ merdafredda, senza offesa.

Ai cambiamenti mi adatto velocemente. Non è difficile assimilare le nuove usanze, anche perché non ne adotto quasi nessuna. Poi, forse, quello che vedo è filtrato da molti fattori. Per esempio che parto da una situazione di benessere. Sono alla mia ennesima giravolta di calzino o, più semplicemente, cambio di vita.

Mi sono portata via parecchio dal cubo. Cose che avevo trasportato dalla piccionaia e ancor prima dalla gemella; cose che erano forse nate nella villetta a schiera o addirittura dalla casa dei miei genitori. Molto ho eliminato e molto ancora dovrò decidermi a buttare. Per ora la rumenta si sta degradando insieme al cubo, dove ci sono trasformazioni in atto.
Non lo amo più.
Non è il cubo che ho creato io. Si, lo so, era tutta un’invenzione, una storia che mi sono raccontata a lungo. Ma adesso non riesco a darla a bere nemmeno a me stessa. Il cubo è di proprietari aridi e avidi e i suoi abitanti sembrano destinati a soffrirne. Gli abitanti del cubo arrivano da storie difficili e pensano di trovare pace, lì dentro. Si illudono.

Se ripenso al cubo ritorno al clima duro, alla tensione che si avvertiva, alla fatica di ridere. Capisco che le cose cambiano se cambia il punto di vista. Ho conosciuto la vita serena in ritardo, ma l’ho conosciuta. Ora capisco che quella che credevo normalità era follia.

qualche passo indietro

qualche passo indietro

“Sono le dieci di sera e nella via cala il notturno cicaleccio delle case in fase di addormentamento.
Procede piano, dentro a quegli stivaletti molli, il passo pesante, la borsa appesa all’avambraccio e un che di stanchezza brutta. Non so, forse va in stazione. Forse va incontro a qualcuno. Magari passa a prenderla. Oppure deve andare a comprare qualcosa al distributore di qualcosi.
Non é pulita e nemmeno ci prova. Cammina storta, come una che non ha proprio le idee chiare. Secondo me, in questi frangenti, non si può che stare qualche passo indietro.
Nella nostra vita ci sono questi invisibili nascosti a noi ed esposti alle intemperie, gente che non sa raccogliere le idee, mettere insieme un’esistenza. Persone che stivano dentro rabbie e malesseri per darsi esternamente un’aria di lotta, oppure di indecenza. Come questa qua, che arranca e annaspa, esce e prova di tutto, senza aver coscienza di quello che le farebbe veramente bene.
Pochi mesi fa aveva un uomo, a cui faceva fare di tutto, contro cui si è accanita in ogni maniera. Lui riceveva insulti, ordini, indifferenza e odio; erano cose che potevano darle un momentaneo sollievo trovavano una naturale valvola di sfogo, finché poteva buttargliela addosso.
Il tizio assorbiva, senza reagire. Supportava, occultava, sopperiva, suppliva. Masochista, gli dicevano gli amici, troppo buono, le amiche. Accumulava. E poi, un momento qualsiasi, una voce gli ha detto una cosa qualsiasi ed è scattato l’interruttore. Basta così, me ne vado, ha detto.
Così ora la donna grossa e stanca, con i capelli allungati artificialmente, senza più un bersaglio su cui scagliare le proprie freccette, esce balorda. Va alla caccia di qualcosa, di qualcuno, di molti o di pochi, di tanto o di niente.
Ma non so altro.”

Sono le sei di sera e sto ascoltando abbaiare uno dei tanti cani della via, in mezzo a questa zona del tacere lieto (ztl). Ben caldo sotto di me il pavimento. Fuori i lampioni a palla chiariscono il tracciato alle persone imbottite che dopo l’ufficio portano altri cani a cagare. Ho trovato nelle bozze il piccolo ritratto della donna grassa e abbandonata. Non so poi come sia andata a finire. Di sicuro l’acquerello che ne ho fatto è un po’ artificiale. Era molto meno originale la faccenda e lei faceva la prostituta ma tanto sono cose di anni fa.

Al cubo è arrivato un nuovo accappatoio in bagno, a disegnini sul lilla blu. C’è una ragazza con gli occhi scuri vivacissimi e un fondo di paura che le scurisce lo sguardo. C’è rimasto poco del passato ma basta a far sentire la sua eco. Hanno vissuto tutti troppo male ed è passato così poco tempo. Ci vuole pazienza per recuperare i ricordi migliori, adesso è ancora torbido.

Farà deposito e prenderemo il meglio, un domani.

Martini

Martini

Oggi voglio scrivere di una signora che mi ha colpita.
Una sera di settimana scorsa siamo andati in un locale dove si parlava del referendum, organizzato da gente che diceva di votare per il no.
L’invito era per un apericena; è una parola talmente brutta che sarebbe da multare ogni volta che si scrive, si nomina o si usa.

I partecipanti saranno stati una cinquantina scarsa ed erano quasi tutti maschi pensionati.
Penso fossero quasi tutti ex comunisti o di sinistra abbastanza tradizionale.
C’erano due o tre zitelle cinquantenni che, dopo un paio di spritz, ballavano con indosso una maglietta rossa sopra al cappotto. Molti bevevano la birra. Sul palco suonava un chitarrista seduto su uno sgabello e una ragazza alla sua destra cantava abbastanza bene.

Il locale era adatto ai ragazzi un po’ alternativi; presumo fosse un posto simile ai centri sociali. Entravano dei giovani e guardavano queste persone, poi ridevano.
Alcuni si allontanavano e altri, specialmente le ragazze, prendevano birre piccole.

Ecco, questo è il contesto.

La signora che mi ha colpita è la moglie di uno dei pensionati, un uomo dallo sguardo preoccupato. L’avevo incontrato in altre occasioni, per esempio a distribuire volantini al mercato. La sua signora vestiva con una giacca da cerimonia, era molto truccata e pettinata elegante. Indossava delle scarpe con il tacco molto ma molto alto e soprattutto invece della borsa teneva in braccio una pochette da sera. Poi quando ha preso anche lei da bere ha chiesto un Martini.
Non ho mai visto qualcuno così fuori posto.

Filastrocche vegane

Filastrocche vegane

Questo è un autunno che non mi convince. Non fa abbastanza freddo, non ho bisogno di piangere, non ho disgrazie immense e nemmeno troppi mali.
Questo è un novembre da persone normali.
Bene: mettiamoci al lavoro.
Andiamo a prendere le vecchie cartacce.
Quelle che, per non ricordare il brutto passato che ho avuto, non tiravo fuori.
E pian piano smettiamola con tutte quelle medicine.
Come va? Tutto sommato meglio.
Ah, lo dicevo. Sei una signora in gamba. Magari un po’ troppo testarda.
Lo so, ti sei resa conto che non eri poi così sfigata. Hai capito che non ti sei sempre comportata bene. Ti sei messa a guardare il lato oscuro.
E adesso cosa fai?
Disegno. Non lo facevo da vent’anni.
Mi vengono bene, specialmente le facce distorte. Sto illustrando delle filastrocche che ho scritto tanti anni fa. Le ho ritrovate e mi sono piaciute talmente che non ero sicura fossero mie. Allora ho cercato su google, alle volte avessi copiato. No, sono proprio mie!
Per fare in modo di interessare la gente magari le intitolo filastrocche vegane. C’entra? In un certo senso si, perché in una dico che preferisco la frutta. Siamo a bolla.
Sto ricominciando da capo in un altro posto. Devo stare attenta a non ripetere gli errori.
Altrimenti cosa li ho fatti a fare.
Poi magari non concludo niente, però provo ad essere costante. Per esempio, adesso chiudo il mio primo vero libro. Parlo di quando ero piccola, senza enfasi e senza paura. Cerco di essere sincera.
Non è semplice dopo una vita di bugie. Stare male dentro, essere triste fuori, non avere nessuno che ti aiuti. Mettiti nei miei panni.
Però adesso è diverso; è più facile essere sinceri, perché la mia maschera non è poi molto differente da quello che sono o credo di essere. Adesso non facciamola troppo difficile. Per esempio, se dico non lo so è perché non lo so fine basta. Prima magari dicevo così per evitare che mi si rispondesse male, oppure non dicevo niente perché tanto se non mi vuoi ascoltare è inutile.

E poi parlavo della mia tristezza avvitandomi e quando una si fissa dopo è difficile staccarsi dal legno e diventare libera. Per dire.
Il libro che parla di me da piccola è divertente. Spero che venga letto da tante persone, quando verrà stampato. Non so chi me lo stamperà. Non so se lo firmerò con il mio vero nome (Rossatinta). Vediamo, dai.

Rossatinta e le sue due case

Rossatinta e le sue due case

Il titolo è fuorviante.
Sono tanti giorni che non scrivo però ci penso sempre. Mi passa il tempo senza o con il mal di testa, dormire mangiare, raccogliere occasioni, piantare l’insalata, comperare una collana dai cinesi.
Sono state settimane diverse una dall’altra, composte da giornate in fila che certe volte scappavano via, altre si fermavano e mi dicevano ehi Rossatinta, come va? E io rispondevo ma si, va ben, tutto sommato.
Lo zio Cianci è morto. Tutto un momento prima era lì, con gli occhi azzurri sgranati che avevano quel fondo bianco, così chiari e così grandi da non smettere di controllarli. Tutto un momento faccio per dire, perché ho fissato un attimo, gli ho dato un bacio anche se non si poteva perché aveva un batterio molto grave e gli ho sussurrato ti voglio bene, zio. Lui ha fatto come un scrollare le spalle (piccolo perché siccome era paralizzato e muto le cose dovevi più che altro intuirle) e ha reagito con un guizzo quasi di rabbia, non voleva piangere. E poi sono passate altre cose, ho avuto cerimonie feste viaggi casini e soluzioni. Per me restava sempre lì, steso da mesi e mesi, in attesa di guarire. Ma invece è morto, si è consumato. L’ho visto nella bara e tutto giallo con sopra il velo mi ha fatto stringere il cuore e ancora adesso mi dico che non è assolutamente possibile che non ci sia più. Gli ho stretto la mano ed era di un freddo colossale.
I morti li si dovrebbe mantenere tiepidi, così puoi piangere e sperare che si risvegli.

Dopo c’è stato il funeralelaico e adesso c’è un cilindro rotondo nel cimitero della città del cubo dove hanno messo anche lui, dentro a un tubo, dietro a una vetrinata. La sua zona è piena di biglietti, nastri colorati e altre commoventi manifestazioni di affetto perché aveva molti amici e ha viaggiato molto. Però il post-it rosa recitava “ora sei tra migliardi di stelle” e un po’ dava fastidio l’errore. Ma mi manca veramente, tanto.

Anche a Figaccione è sparita una colonna portante, la staffa su cui appendere i vizi per sentirsi meno sbagliato. Quando tutto andava male lui pensava alla vita spericolata dello zio e si diceva be’ se lui è ancora vivo nonostante tutto allora posso anche io che ne ho combinate di ogni. Poi invece si muore e questo è stato un colpo basso per questo figlio inquieto, sempre estremo. Lui è tornato al cubo e ha preso in mano la situazione ma mica è un discorso facile, credimi. Ha disdetto il contratto del bilo figo che non poteva permettersi e ha fatto piazza pulita di tutto quanto avevo costruito in anni di nevrosi, lavoro, disordine e fantasie da povera. Via mobili. Via cose. Via oggetti, ricordi, colori e anticaglie, belle brutte spostare tutto. Viaggi in discarica, separazioni dolorose. Cubo vuoto. Pitturare. Tutto colore chiaro di casa minimalista. Porte ridipinte di bianco. Tutto da pulire tutto da rifare.

Figaccione ha cominciato il restauro con accanimento. Una latta di vernice andava via solo per il telaio di una porta. Parlare parlava ma solo di pavimenti, materiali, attrezzi, sistemazioni, allestimenti. Su uno dei pochi scaffali sopravvissuti, quando tornavo per le lezioni di disegno, trovavo fogli e fogli scritti magri, stampatello nero. Elenchi. Cose da fare bagno. Cose da fare sala. Corridoio.

Vive solo, esce poco. Cede. Forse non è capace di sopravvivere senza farsi del male. L’entusiasmo iniziale, mosso dalla rabbia (questo è un fallimento) (questa casa di merda deve cambiare) (ogni volta che vedo queste scale vorrei scappare), sta allentandosi. E allora gli scaffali che per adesso ci metto gli attrezzi poi riordino, allora i piatti vecchi che dopo porto su i miei che sono belli, allora il divano che manca l’asse sotto intanto usiamo il tuo. Allora il precario si fa presente e il presente si fa futuro.

Quando le cose saranno a posto vedrai che bella casa. Sarai contenta anche tu.

Ma io sono contenta da sola, sai. Sono contenta perché ho imparato a vedere dall’alto le mie disgrazie e ho capito che sono piccole, se stai distante. Ho imparato a non lamentarmi perché sprecherei molto tempo che mi serve. Ho imparato e non sto più così male, perché il più delle volte se aspetti un attimo le robe si risolvono anche magari non del tutto. Si dirigono nella zona grigia del piano piano, un posto dove le robe vanno a posto ma non subito. Consolo la mia solitudine con la certezza di essere amata. Raccolgo piccole soddisfazioni, coltivate molto faticosamente.

Preparo da mangiare e sono sicura che non vengo apprezzata per quel che valgo veramente, non dico come cuoca ma perlomeno come artista. So di avere un gran bel cervello ma mi accontento di sentirmi viva. Pota, è così.

 

 

Gente che parla guardando il nulla

Gente che parla guardando il nulla

Una delle mie attività preferite, anche se succedono raramente, è seguire le conversazioni della gente che cammina e parla al cellulare. A Vercelli va molto di moda. Sono tantissime le persone che scusa ciao bella ma ho la farmacia sotto, e intendono una chiamata chissà, della collega commessa che chiede una roba di lavoro.

Tra di noi ci si guarda solo se si è anziani, forestieri, esenti da obblighi e curiosi. Gli anziano sono spesso tutte quante le cose perché basta uscire tre metri e sei in un mondo sconosciuto misterioso e molto, molto pericoloso. Tirano dietro le loro prolunghe a rotelle ed hanno un’enorme, esagerata paura di essere aggrediti, specie le femmine. I maschi a volte portano con aria serissima certe cartellette che danno illusione di essere membri attivi della comunità in parecchi sensi. Vanno magari all’ufficio postale a dire mi scusi ma qua non ho capito, ed estraggono il foglio tre della comunicazione stampata in serie. Son convinta che lo sappiano anche loro, è tutta roba inutile, tanto per spender tempo. C’era un mio amico che aveva allestito, tempo fa, una ragguardevole protesta, a proposito di ufficipostali (una roba che qua vale molti punti) perché ne avevano chiuso uno.

E come si fa, specialmente se sei pensionato? Ma hanno idea di quali gravi danni procura al soggetto non totalmente a bolla per via degli anni dover cambiare qualcosa, perdipiù in peggio? E guarda che adesso è riaperto, neh. Tutto a posto. Per dire.

Io non sono triste. Non mi ricordo quasi neanche che sto prendendo la pastiglia tutti i giorni, che sto vivendo in una specie di limbo dove le cose scivolano senza fare male. Come un oblò della lavatrice. Spesso mi chiedo da che parte sto, se sono nel cestello e giro giro oppure fuori che guardo il programma.

Ma a parte questi vaghi pensieri, inquieti come la mia mente che non si stanca mai neanche a camminare per ore ed ore lungo queste arterie dritte e dissestate. A parte tutto, sto bene, guardo fuori, ho progetti e leggo tra i rami le nuvole che insomma, hanno anche qua motivo di farti sperare. Sono ancora curiosa ma ci sono troppe cose da ricordare. Magari anche da scrivere. Ci sono troppe cose che mi sono lasciata dietro, che non so bene dove impacchettare, dove collocare.

Buttare via? Intanto metto a posto, poi vediamo. Ciao.