C’erano una volta Darkman Perfy e Figaccione.

C’erano una volta Darkman Perfy e Figaccione.

Oramai non se ne parla più.
Son cose vecchie, cose da blog degli anni duemila e poche unità, quando scrivevi sotto l’ombra dell’anonimato parole di fiamma e fuoco, tuoni fulmini e saette per sfogarti vendicarti rallegrarti e consolarti, per tirarti fuori da una vita difficile con stratagemmi semplici e ingenui. Quando te la raccontavi e ti facevi chiamare Rossatinta che viveva al Cubo e aveva tre figli e fingevi una sitcom a puntate per sopravvivere al disagio.

Disagio adesso si adopera per tutto, perfino quella ragazzina perbene figlia di una professoressa di lingue e di un ex imprenditore che posta una foto sui social con un cappellino i capelli leggermente verdi e un cane randagio la adopera. Ma non c’è mica disagio in quella vita, in quel sorriso su quel faccino sano i cui problemi peggiori sono emersi quella volta in cui ha rotto laifon e amici miei due anni di fotografie sono disperata sapete come posso fare per recuperarle? Va di moda dire vivo disagiata ma ti assicuro -cara giovanetta- che è tutta un’altra cosa starci fino al collo.
Il disagio è molto simile alla merda, ma più duro e più difficile da mandar via.
Non ti piacerebbe.

Non se ne parla più di quei tre perché sono diversi. Uno si è sposato per la seconda volta giusto sabato scorso e aveva un completo grigio estivo abbastanza ben tagliato, un mocassino blu di camoscio, una camicia bianca di buona fattura e i capelli lunghi fino alle spalle. Uno che andava in giro con scarponi da venti chili l’uno e sembrava il campionario della ferramenta casa del chiodo, uno che a parte il nero aveva indosso il mimetico ma sul grigio, uno con i capelli sottochiappa e il tanfo di sudore da rocker che non si lava neanche sotto tortura sabato mattina esibiva un look discreto e una panzetta da birra post lavoro. Di dark gli erano rimasti lo sguardo triste e la faccia seria. E magari i sogni, le vecchie chitarre e il desiderio sempre ammaestrato e mai affrontato di vincere la paura di un padre onnipresente e onniprepotente.
Quel Darkman che conoscevo io aveva avuto il coraggio di andarsene, ai tempi del cubo, di girare la vita nella direzione ostinata e contraria e prenderne il timone. Le ondate, le mareggiate e la fatica se le è imbarcate con coraggio, anno dopo anno e casino dopo casino.
Al ristorante se l’è messo di fianco, il padre potente che lo ha portato dal barbiere, dal venditore di vestiti estivi grigi eleganti e da quello delle scarpe di camoscio blu. Ogni volta che li guardavo speravo che ne fosse felice, che fosse fiero di questo figlio diventato adulto proprio come voleva, obbediente come un cane pur di ottenere il suo consenso. Ma poi quando siamo andati in giardino per il taglio della torta Darkman non riusciva ad aprire la bottiglia e lui gliel’ha strappata di mano, ha estratto il tappo e gliel’ha restituita con uno sguardo che diceva cretino, non sei neanche capace di fare questo.

Mi si è stretto il cuore ma tutti brindavano e ridevano e forse questa cosa l’ho vista soltanto io. Gli ho detto, senza parlare, senza che mi vedesse, senza che lo sapesse spero che tu sia felice, anche e a dispetto di quel padre.

E non c’è più neanche la Perfy che di perfetto non si è mai sentita nulla, men che mai nei tempi del cubo.
C’è una ragazza che vive male, bene no male no benino dai.
Perfy non c’è e al suo posto è arrivata una tizia stile centro sociale, accompagnata con uno spilungone scuro, stravagante e bizzarro. In ritardo tanto da far perdere la pazienza al sindaco, con un armamentario di orecchini e collane metalliche da brava universitaria borderline, vestito lungo e capelli rasati quasi dappertutto.
Quella ragazza che si è presa il mio fegato, cuore, cervello e altri organi era lì, come al solito in ritardo, come al solito sopra le righe. Timida ed aggressiva, forte e delicata. La mia Perfy bambina molto viziata è una donna ancora bambina e ancora viziata ma con una madre finalmente cresciuta. E su Perfy c’è da tornare, perché lei è un po’ me e io un po’ lei dato che siamo femmine e di figlie ne ho una soltanto. Specialità della casa.

Ah si, c’è Figaccione. Sempre bellissimo, ovviamente. Vestito da figo, perché la vita fa larghi giri ma alla fine quello che eri resti nel profondo e lui, tamarro dai capelli in piedi, pantaloni a tubicino, camicia bianca con cravatta seria non da venditore, rientra nel personaggio.
Ha fatto un largo giro, partendo troppo presto, andando a lavorare in fabbrica per i vestiti di moda, per il motorino, per le fighe. E poi si è perso tra mille cambi di idee, di scuole, di scelte, di donne, di sbagli e di malattie. Si è sentito male, ha dovuto curarsi e lo ha fatto peggio ancora, ha sbagliato amici -o forse erano i compagni giusti per conciarsi da schifo e lui voleva lo schifo fino in fondo.
E’ diventato brutto e trasandato, ha avuto crisi di nervi, scatti di rabbia, ha rubato, distrutto e sbagliato per un lunghissimo periodo. Eravamo impazziti, al cubo, a in certo punto, e quasi tutti davamo la colpa agli altri.
Lui però ne aveva eccome, di colpe.
Ha smesso di essere lui, come succede quando le cose crollano. E tra l’altro gli sono precipitate tutte e rigorosamente addosso. Però poi si rinasce.
Ora ha trovato una ragazza con i capelli corti dopo anni di gnocche dai capelli lunghi.  Una donna con il sorriso più sorridente che abbia mai visto, con una luce negli occhi difficile da spiegare e parlo di occhi belli, non di un cesso.
L’amore fa fare queste stravaganti capriole anche ai figaccioni.
Magari all’inizio avrà pensato evvai, questa ragazza ha tanti di quei problemi, vive talmente male ed è talmente buona e servizievole e docile ed innamorata che posso finalmente trovare mamma due punto zero. Stupido Figaccione, mica sapeva che stava illudendosi; si stava innamorando. Stava cambiando, stava pensando ad un futuro a due, per la primissima volta in vita sua. Saranno gli ultimi abitanti del cubo, tra un paio di mesi si trasloca. La fine di un incubo, per loro. Per me la fine di un’epoca, senza rimpianti né nostalgie. Non da poco: la fine di un affitto (gioia).
Smetterò di chiamarlo così, d’accordo. Resta bello e difficile, stronzo e maschilista. Ma anche buonissimo e delicato, dolce e rispettoso perché ha incontrato una che non è Figacciona, ma è bella veramente.

Eccoli qua, i miei ex coinquilini che incidentalmente sono anche i miei figli.
Come nelle storie banali delle famiglie banali non mi cagano più tranne in caso di necessità o disagio (vero); in linea teorica sto diventando proprio come quelle odiose madri che la fanno pesare e non mi chiami mai e insomma quando vieni a trovarmi.
Ma non glielo scrivo mai, non glielo dico mai. Lo penso e mi autocommisero.
Vorrei essere una madre adeguatamente stronza che anche se non desiderata piomba in casa altrui, oppure mette il becco in faccende private, o li tortura mettendoli in condizione di sentirsi in colpa e/o altri simili bassi metodi per ottenere attenzione.
L’ho fatto e non è detto che non lo farò, in caso di grossa crisi.
Ma per ora tengo botta.

E dai, lo scrivo anche se è ovvio e banale: non sono loro ad essere diversi ma molto probabilmente sono io che ho imparato a guardarli separati da me.
Mi sono esterni, che non vuol dire estranei.

La triste vicenda eccetera seconda parte

La triste vicenda eccetera seconda parte

Non ho intenzione di tediare altresì con la faccenda ma preferisco finire le cose che comincio, dunque raccontiamola per sommi capi.
La bestiola si è rivelata normale sotto tutti i punti di vista, se vogliamo essere sinceri.

Un cane è un cane, ovvero un animale che ha atteggiamenti, comportamenti, pregi e difetti tipici della sua specie. L’umano pure. Il signore che è stato morsicato a sangue dal cane di cui sopra ha semplicemente ignorato le più elementari regole di sopravvivenza e ne ha pagato le conseguenze. Povero nonno, mi vien da aggiungere.

Il cane dal nome impronunciabile lo ha detestato profondamente sin dalle sue prime apparizioni. A dire la verità ‘sto animale decide con una certa veemenza chi gli piace e chi vorrebbe simpaticamente mangiare e se fai parte della seconda categoria sta pur tranquillo che ti odierà cordialmente per sempre. La persona oggetto della sua ringhiosa acredine lo ha dal principio insultato, con il risultato che il cane abbaiava, lui urlava e si lasciavano uno di qua e l’altro di là dal cancello che (per fortuna) li divideva con promesse di reciproche violenze di natura fisica e conseguenze dolorose.

A un certo bel momento l’umano ha deciso di tra virgolette fare pace. Di sua sponte e senza alcun preavviso ha affrontato il mostro. Noialtri abitanti di questa pregevole abitazione con tanto di orto e giardino nel vederlo così determinato l’abbiamo preventivamente messo davanti alle prospettive non tanto felici di possibile aggressione. Ma lui no, testardo. Gli abbiamo messo in tasca allora un notevole equipaggiamento di biscottini perché il canide in quanto a mangiare si difende ottimamente. Quindi, quando l’umano ha invaso il territorio canino ho pensato bene che era meglio mettergli il guinzaglio e fargli fare il cane cagante per un po’, giusto per ritardare il fatidico incontro.

Poi le cose sono precipitate. Io sono andata al mio scrittoio nonché postazione di lavoro, l’umano mio consorte era occupato a fare nonsocché in cortile e l’umano in serio pericolo ha preso l’iniziativa. Il cane anche. Ho disinfettato e fasciato, meditando su possibili conseguenze terribili, attacchi di rabbia, vaccinazioni, abbattimenti, arresti e fedine penali segnate per sempre.

Stronzi tutti e due. Anzi, stronzi tutti e quattro, perché certe cose sono da prevedere e prevenire. Nonno morsicato, cane punito, proprietari avviliti. Tutto molto triste.

Non mi dilungo sulla questione veterinaria, pronto soccorsifera e sulle discussioni che hanno fatto per un certo periodo, ovvero un tot di ore, vacillare l’armonia di quello che posso definire un matrimonio ottimamente riuscito. Le cose poi, da lontano, appaiono sempre meno gravi di quel che vivi sul momento. Il graffio era lieve, l’umano ha imparato che non si fa pace da un lato solo della barricata, i proprietari (mi rifiuto categoricamente di definirmi genitore o affidatario o che ne so) si sono presi un bello spavento e tutti vissero grossomodo felici e contenti.

Picola postilla. Il giorno in cui ci misero in mano un pezzo di carta che diceva e mò son cazzi vostri, pigliatevi ‘sta bestia e fate conto che vi controlliamo ogni due per tre, comparve una misteriosa scheda. C’era un foglio con su scritto in rosso INAVVICINABILE.  Passò velocemente sulla scrivania, chiedemmo informazioni, ci fu detto che si, in effetti, beh, sapete, voi adesso lo vedete così ma quando l’abbiamo preso non si lasciava toccare, ecco era difficile, mordace insomma. Insomma se lo sapevo prima mica lo prendevo, abbiamo pensato in perfetta sincronia coniugale. Ma ormai, cosa vuoi, d’altra parte. Eccetera.

Mi vorrei soffermare invece sulla pletora di figure che spiccano in questo panorama di gente fuori di testa che quando potrebbe godersi la vita in santa pace perché i figli li ha ormai grandi e fuori casa si assoggetta a questo andazzo che ci vede collegati tramite cordone ombelicale a dei puzzolenti quadrupedi pelosi, caganti, abbaianti, adoranti.

Le figure sono

a)noialtri stronzi che ci innamoriamo di un animale (cane gatto furetto coniglio o robe che vanno improvvisamente e assurdamente di moda) e lo portiamo a casa, salvo poi accorgersi che siamo entrati in un tunnel che difficilmente ci restituirà la precedente serenità.

b)l’educatrice canina (giuro che esiste e che, dannazione, il canile ti rifila) che ti tampina, ti cura, ti telefona e ti messaggia ogni due ore per sapere se il cane sta bene quando tutto sommato non crea grossi casini; te pensa come diventa il giorno in cui scopre che il soggetto incriminato ha fatto danni. Tu immagina di essere sotto costante osservazione.

c)l’esperto che sa, sa, sa tutto e tu, tu, tu sbagli tutto. Gli dai da mangiare in modo sbagliato, lo porti a cagare nei luoghi sbagliati, lo fai giocare e invece deve dormire lo fai dormire e invece deve socializzare. L’esperto è un misto tra medico, psicologo, addestratore, istruttore ma soprattutto è un grandissimo rompicoglioni. Spesso si nasconde sotto le spoglie del punto b. Se poi il punto b ti conosce anche fuori dall’ambiente canino sei fottuto/a. Non puoi abbattere il cane e ti dispiacerebbe moltissimo, ma il pensiero di mettere in quarantena il punto b ti sfiora spesso.

d)le persone che amano i cani. Tu sei lì che mangi la tua granita e il tuo cane è accoccolato sotto al tavolo del bar. Non sei rilassatissima, potrebbe incrociare lo sguardo di un altro peloso e improvvisamente decidere che la sua missione quel giorno è farne polpette. Arriva la persona che ama i cani e comincia a fargli i versi. E le carezzine e ma guarda che carino che dolce che amore. Ho tirato su numero tre figli, una nipote, una figliastra e numerosi altri neonati mi sono stati in braccio ma mai ho visto la gente sdilinquirsi per un altro essere vivente come -in questa fase storica assurda- fanno quelli che amano i cani con i cani, specialmente quelli degli altri.

e)le persone che odiano i cani. Sono diffidenti e fanno bene. Sono incazzati perché cagano e sporcano e fanno super bene. Sono esasperati per le lunghissime sessioni di abbaiaggio che subiscono ogni notte, in particolare se fa caldo e tieni le finestre aperte, e fanno super stra bene. Ma onestamente non devono prendersela con le bestie e anche se corro il rischio di essere banale va odiato e profondamente il proprietario che, nove volte su nove, è un ignorante di prim’ordine.

f)le persone che portano in giro il cane e ti chiedono di passare da un’altra parte. Giuro, esistono. Tu passi con il tuo quadrupede cagante e incroci, all’angolo di un isolato dove altri umani stanchi si fanno portare in giro da altri quadrupedi caganti, una signora magrissima che fuma, telefona e contemporaneamente tiene due vitelli con la mano libera (ha tre mani); ti vede arrivare, le si alza il pelo sulla groppa e ti fa no dai no, dai passa da un’altra parte che io se tirano cado. Mediti numerose e colorite espressioni che purtroppo non puoi recitare ad altra voce e trascini via il tuo stavolta bravo cane verso altri angoli di altri isolati. E trovi una signora al cancello, stavolta grassa e senza sigaretta, allarmatissima che ti fa senta non le dispiace tornare indietro? No perché vede (e indica l’orizzonte) mi è scappata la cagnolina di là e potrebbe essere aggressiva. Sa sto tentando di farla tornare indietro abbia pazienza scusi scusissimi.

E qua va detta l’amara verità che ho scoperto DOPO. Non è vero che un cane ti aiuta a socializzare. Ogni incontro con altro soggetto idiotamente dotato di bestia è un’incognita che potrebbe sfociare in dramma. Ogni avvicinamento è motivo di tensione. Un giorno mi sono accorta di camminare in una zona molto aperta, con case basse strade larghe e tanto spazio per vedere. Vedere altre sei sette persone, ciascuna lungo la propria traiettoria, ciascuna con il suo cane, tutte accomunate dalla paura di incrociarci.
Povera illusa che non ero altro.

Insomma, non c’entro niente con gli animalisti, non amo alla follia il mio cane, non nutro particolari simpatie per questa moda di avere bestie trattate come umani e trovo assurdo  paragonare la vita, il cervello, le necessità di un gatto o di un porcellino d’India con quelle di un figlio, tanto per dire. Vogliamo bene a (nome impronunciabile) ma fammi capire, come disse il nonno Giovanni (celebre per le sue frasi lapidarie) ‘a l’è un can. E bon. Abbiamo cura di lui, l’abbiamo portato in viaggio e l’abbiamo fatto giocare e avvicinare ad altri cani, peccarità gli diamo le crocchette e l’acqua, c’è il suo posto per farlo dormire e lo si porta a fare due corse in campagna tutti i giorni. Ma l’è un can, sottolineo.

E concludo con un giro nell’ennesimo negozio per cani ricchi, un emporio che brulica di oggettistica costosissima di cui non conoscevo l’inutilità e mi ha fatto molto riflettere, sinceramente. A parte i guinzagli da novanta euro (io vado al mercato e compro roba usata da un euro ma non c’entra, lo capisco, sono un caso limite), c’erano i cibi speciali per cani intolleranti. Ora, chiunque abbia portato in giro la sua bestia pelosa puzzolente si sarà accorto che il cane mangia di tutto, apprezza di tutto ma va letteralmente pazzo  se ingurgita roba sporca, contaminata, schifida e putrida. Più fa schifo più gli piace e non fai in tempo a tirarlo via perché ha già spazzolato con cura, lappato fino all’ultimo granello il vomito schizzato sull’asfalto. L’esistenza di cibi speciali per cani intolleranti mi ha fatto capire che l’umanità non ha grandi possibilità di salvezza. Peccato.

 

La triste vicenda di Rossatinta e del suo nuovo cane cagante

La triste vicenda di Rossatinta e del suo nuovo cane cagante

Mi sono rassegnata. Se vuoi appartenere a questa cittadina che fa provincia tant’è che c’è la prefettura e la questura e il tribunale e tutto devi avere il tuo regolamentare cane cagante. Non hai idea di quanta merda di cane ci sia in giro per le strade e ciò testimonia quanto sia grande da queste parti l’amore per le bestie e quanto sia insito nel cittadino il rispetto per il paesaggio. Perché per cagare così tanto devono spendere una marea di soldi in crocchette, va detto e sottolineato.

Ci sono cani caganti in ogni dove, di ogni tipo e per tutte le occasioni. Ci sono anzianissime signore che barcollano trainando minuscoli deformi quadrupedi che cagano esattamente nei posti più esposti di ogni incrocio. Una volta l’anziana stava chiacchierando e si è spostata un attimo, ma perché arrivava una macchina mica perché il cane cagava. Poi la sua creatura ha dato una bella spazzolata con le zampette all’asfalto e via, libero e leggero.

Le merde di cani e i cani e i proprietari di cani sono dappertutto. La scrivente, ovvero questa povera ingenua illusa senza cervello che non sono altro credeva che essere forniti di bestia regolamentare potesse crearmi un buon passaporto per conoscere la cittadinanza. Credevo, stolta di una Rossatinta, che avere un guinzaglio con attaccato un mucchio di pelo fosse un ottimo metodo per sentirmi parte viva della comunità.

Col cazzo.

Specialmente se adotti un cucciolo tanto bellino, tanto simpatico, della taglia giusta, con un muso intelligente, con una imperfezione da adesso ti salvo io povero cucciolo che chissà quante ne hai viste e ti accorgi, dopo qualche giorno, che è un cane mordace. Non sapevo cosa volesse dire per davvero veramente e mi pento amaramente di non aver dato gran peso alla signora dai capelli finto finti.

Ma spieghiamo le cose con la doverosa esattezza. Non semplifichiamo.
Era una cagnolina di una bruttezza notevole ma di un carattere altrettanto spettacolare, quella che ho trovato in questa dignitosissima casa, ai tempi in cui meditavo di trasferirmi e poi sposarmi e poi avere una vita tipo normale. Era buonissima, innocua, dolce e cagante ma neanche tanto. Però aveva un tumore sulla schiena che nel giro di qualche mese l’aveva resa prima simile a un dromedario che se non sbaglio è quello che ha una gobba soltanto e poi uno straccio di bestiolina. Povera. Fu seppellita in giardino in un giorno gelido di gennaio se non ricordo male.
Dopo qualche settimana la Perfy che vive altrove e viene qua due giorni al mese giusto per mi fa ma perché non ne prendi un altro e dai che avete posto. E io che non so resistere alle richieste filiali ho detto ma si. Questa volta prendo un cane mio, me lo prendo e me lo allevo e me lo educo e faccio tutto quello che si deve fare.
Sarà cagante, pazienza.

Siamo andati a questo canile dove c’è una puzza di un’intensità mai sentita credimi giuro. C’erano bestie di ogni tipo, specialmente brutte e cattive. C’erano cani bellissimi che però avevano dei problemi di ogni tipo, genere e natura. C’era un casino della madonna e prima di ogni altra cosa una signora dei volontari che sono un gruppo praticamente talebano con regole severissime private loro che ti fa vedere solo certi tipi di cani a seconda delle tue caratteristiche. E già lì mi son trovata un pelo malino, perché non credevo che per vedere dei cani in gabbia toccasse sottoporsi a un interrogatorio con scheda di tre pagine (ricordo la domanda: nel caso lei e suo marito divorziaste, a chi andrebbe il cane? Ma te pensa, mi son sposata a marzo dell’anno scorso. Tiè).

Ad ogni modo mi sono mostrata disponibilissima, deliziosamente ansiosa e preoccupata quel tanto che basta per dare di me l’immagine della tipica padrona di cane over cinquanta. Tutte donne che fanno dei versi mugolanti e parlano ai cani con le vocine idiote, vezzeggiando e coccolando e facendo umiliantissime dimostrazioni di amore. Cose che personalmente mi costano parecchia fatica ma per amore questo e altro, ci mancherebbe.

Dopo un tentativo di adottaggio di cana di una timidezza patologica andato a male siamo riusciti a mettere il guinzaglio, giorni dopo, su questo quadrupede tanto bellino ci mancherebbe ma dal nome un tantino inquietante che non cito né citerò mai.

Vado avanti un’altra volta perché adesso è tardi ciao.

Il difficile è ricordarsi i titoli dei post

Il difficile è ricordarsi i titoli dei post

Era tanto tempo che volevo scrivere degli aggiornamenti sulla mia vita.
Meglio dimenticarsi di avere un blog, così quando ci metti mano hai delle notizie, altrimenti si rotola sul pendio delle malinconie, delle descrizioni di posti, dell’enfasi. Che poi io detesto quelle finte pagine di letteratura con l’enfasi. L’enfasi andrebbe abolita e mi domando perché venga ancora così ampiamente adoperata anche fuori dai discorsi sul palco. Anzi, fuori dal palco perché se levi l’enfasi il melodramma muore.

Ho spostato la residenza il che non cambia di fatto nulla in apparenza, ma lo fa parecchio in sostanza. Non posso votare il nuovo sindaco nel mio vecchio paese proprio adesso che si candida senza simboli. Ho cambiato il dutùr ma questo merita un discorso a parte. Con me si è trasferita Perfy, che ha dei trascorsi traumatici nel vecchio borgo padano e non ci vuole più mettere piede neanche se la pagano.

Nel cubo forse arriverà una sinistra personaggia in quella che fu la residenza darkettonica. Vivremo gli ultimi mesi cubici. Il contratto scade. L’orto non è stato vangato, il garage ospita nuovi sacchi di differenziata contenenti nuovi tipi di contenitori. La soffitta si riempie comunque e costantemente di scatole e ciarpame tanto che ormai certo: è autoproducente rumenta. Andrebbe studiata da qualche eminente scienziato. C’è da capire come avvenga il fenomeno; riproducendolo su larga scala magari troviamo il modo di pareggiare gli equilibri tra i paesi emergenti e quelli emersi e sistemiamo anche la questione della grande migrazione.

Adesso che ho risolto il problema del sud del mondo passo a raccontare del nuovo medico.

La prima volta sono andata con mio marito che mi ha detto almeno così capisce chi sei. Ho accettato  senza batter ciglio. Raramente ho trovato sale d’attesa più stantìe di quella dove abbiamo fatto anticamera. Metti di stare in un atrio circondato da panche imbottite per la venticinquesima volta, con appesi quadri sbiaditi, dal pavimento non vecchio né nuovo ma semplicemente stanco di essere lì. Tutto sommato non era un posto triste. Diciamo che ho avuto la sensazione di andare dal dottore con un mal di stomaco feroce una sera di febbraio del 1971.
Naturalmente poi la cosa si è svolta con la consueta sequela di luoghi comuni. I pazienti assortiti che avevano caratteristiche tipiche da descrivere in un sagace post di un blog di provincia, il rubizzo medico dal camice che non vedeva la lavatrice da settimane che infila qua e là una frase dialettale e scrive la ricetta al computer usando due indici.

La seconda volta avevo bisogno di farmi prescrivere una medicina per Perfy e mi sentivo molto a disagio perché si tratta di un antidepressivo. Ho smesso di prenderne con fatica e sacrificio ed ho buttato in fondo all’armadietto anche le pastiglie per rintronarmi in un sonno buio e senza incubi e mi presentavo al nuovo corso degli eventi con l’immagine di una signora immacolata nel suo sano stile di vita. Il mio principale problema, agli occhi di questa città dell’Ovest dove conduco un’esistenza impeccabile, era di avere un tantino di ulcera da passato troppo duro.

Adesso mi toccava andare dal rubizzo e raccontare per procura uno stralcio di passato fatto di depressioni, mancanze, fatiche e dissesti emotivi mica da ridere. Fortunatamente non è stato necessario. Il dutùr ha sorvolato brillantemente sul perché e percome e ha prodotto una magnifica ricetta con i suoi indici. Mi fa la segno a lei perché sua figlia non è ancora scritta, e poi ha riso un po’ troppo forte (è un po’ sordo: per entrare nel suo studio devi oltrepassare due porte e un corridoino così può gridare e la praivasi è salva).
Gli ho comunicato i dati della depressa ma sono praticamente sicura che non li digiterà mai. Fa niente, la prossima volta metto la busta nel cestino. Ti spiego questa cosa. Siccome ha moltissimi pazienti di cui la maggior parte sono anziani o molto malati (anche esternamente. Entrano zoppicando, con grandissime pance, nasi storti, magari incazzatissimi o comunque non a bolla) per velocizzare puoi scrivere un bigliettino con la tua richiesta e poi metterlo in una busta con sopra il tuo nome cognome e lasciare il tutto nel cestino. Il dutùr lo ritira quando gli viene in mente e se ha voglia prepara la ricetta che inserisce nella tua busta. Poi tu con comodo diciamo dopo qualche giorno ripassi e controlli se la busta è intonsa o corredata dal prezioso foglietto. Quindi nell’anticamera c’è un andirivieni di persone tra chi controlla nel cestino, chi aspetta di andare da lui e chi invece frequenta un tizio stranissimo, seconda porta di fronte all’ingresso, che fa i massaggi con i piedi e una volta lavorava per la squadra locale di pallone e tutti ne parlano gran bene perché pensa non chiede neanche i soldi ma è sempre allegro, sorrisi e ciaoni a tutti.

L’altra cosa molto importante è che Darkman e la sua nuova morosa che non sta tanto bene e mi ha sempre preoccupato perché la sentivo, al cubo, strillare come una dannata oppure telefonare ai vari amici che incontrava e che non ha mai trovato lavoro neanche quando lo trovava e si annoiava e faceva i capricci e lui pirla che la sopportava eccetera avrà un bambino. Avranno un darkettino o una darkettina e siamo tutti molto felici.
Non so che futuro avrà e spero che sia tutto diverso da allora.

La distanza mi ha fatto capire che lentissimamente le cose si muovono, spostandosi verso direzioni a volte imprevedibili. Mica sapevo che avrei avuto un nipote adesso. Adesso che ho un dutùr diverso, che ho un cliente di tutto rispetto o che ho una casa che a volte riesco perfino a sentire parzialmente mia ho capito (so che è tardissimo) di non avere mai avuto il controllo di niente. E va così, non è male o bene.
Mettiamoci comodi e guardiamo come va a finire. Ciao.

 

Città di cani

Città di cani

Ho superato l’anno di domicilio in questa città di pianura, non troppo lontana dalle mie origini ma molto diversa dal cubo e, girando a spirale, la via, il quartiere, il paese e il clima che ho frequentato tempo fa.
Non posso dire che sia un posto di divertimento sfrenato. La gentilezza spesso nasconde diffidenza, sospetto, noia e molta indifferenza.
Ma, diciamocelo con franchezza, è meglio un indifferente gentile in ogni caso.

I cani trascinano i padroni dappertutto, a qualsiasi ora e in qualsiasi zona ci si trovi. Qua secondo me hanno fatto un’ordinanza, un qualche cosa di categorico: o vai in giro col cane oppure paghi una tassa. O una multa.

Fattosta che qua le donne sono diverse e anche le porzioni nei supermercati. Anche le abitudini e gli orari. Anche le tradizioni, tutte differenti. Diversissime cose in questa città un po’ merdafredda, senza offesa.

Ai cambiamenti mi adatto velocemente. Non è difficile assimilare le nuove usanze, anche perché non ne adotto quasi nessuna. Poi, forse, quello che vedo è filtrato da molti fattori. Per esempio che parto da una situazione di benessere. Sono alla mia ennesima giravolta di calzino o, più semplicemente, cambio di vita.

Mi sono portata via parecchio dal cubo. Cose che avevo trasportato dalla piccionaia e ancor prima dalla gemella; cose che erano forse nate nella villetta a schiera o addirittura dalla casa dei miei genitori. Molto ho eliminato e molto ancora dovrò decidermi a buttare. Per ora la rumenta si sta degradando insieme al cubo, dove ci sono trasformazioni in atto.
Non lo amo più.
Non è il cubo che ho creato io. Si, lo so, era tutta un’invenzione, una storia che mi sono raccontata a lungo. Ma adesso non riesco a darla a bere nemmeno a me stessa. Il cubo è di proprietari aridi e avidi e i suoi abitanti sembrano destinati a soffrirne. Gli abitanti del cubo arrivano da storie difficili e pensano di trovare pace, lì dentro. Si illudono.

Se ripenso al cubo ritorno al clima duro, alla tensione che si avvertiva, alla fatica di ridere. Capisco che le cose cambiano se cambia il punto di vista. Ho conosciuto la vita serena in ritardo, ma l’ho conosciuta. Ora capisco che quella che credevo normalità era follia.

qualche passo indietro

qualche passo indietro

“Sono le dieci di sera e nella via cala il notturno cicaleccio delle case in fase di addormentamento.
Procede piano, dentro a quegli stivaletti molli, il passo pesante, la borsa appesa all’avambraccio e un che di stanchezza brutta. Non so, forse va in stazione. Forse va incontro a qualcuno. Magari passa a prenderla. Oppure deve andare a comprare qualcosa al distributore di qualcosi.
Non é pulita e nemmeno ci prova. Cammina storta, come una che non ha proprio le idee chiare. Secondo me, in questi frangenti, non si può che stare qualche passo indietro.
Nella nostra vita ci sono questi invisibili nascosti a noi ed esposti alle intemperie, gente che non sa raccogliere le idee, mettere insieme un’esistenza. Persone che stivano dentro rabbie e malesseri per darsi esternamente un’aria di lotta, oppure di indecenza. Come questa qua, che arranca e annaspa, esce e prova di tutto, senza aver coscienza di quello che le farebbe veramente bene.
Pochi mesi fa aveva un uomo, a cui faceva fare di tutto, contro cui si è accanita in ogni maniera. Lui riceveva insulti, ordini, indifferenza e odio; erano cose che potevano darle un momentaneo sollievo trovavano una naturale valvola di sfogo, finché poteva buttargliela addosso.
Il tizio assorbiva, senza reagire. Supportava, occultava, sopperiva, suppliva. Masochista, gli dicevano gli amici, troppo buono, le amiche. Accumulava. E poi, un momento qualsiasi, una voce gli ha detto una cosa qualsiasi ed è scattato l’interruttore. Basta così, me ne vado, ha detto.
Così ora la donna grossa e stanca, con i capelli allungati artificialmente, senza più un bersaglio su cui scagliare le proprie freccette, esce balorda. Va alla caccia di qualcosa, di qualcuno, di molti o di pochi, di tanto o di niente.
Ma non so altro.”

Sono le sei di sera e sto ascoltando abbaiare uno dei tanti cani della via, in mezzo a questa zona del tacere lieto (ztl). Ben caldo sotto di me il pavimento. Fuori i lampioni a palla chiariscono il tracciato alle persone imbottite che dopo l’ufficio portano altri cani a cagare. Ho trovato nelle bozze il piccolo ritratto della donna grassa e abbandonata. Non so poi come sia andata a finire. Di sicuro l’acquerello che ne ho fatto è un po’ artificiale. Era molto meno originale la faccenda e lei faceva la prostituta ma tanto sono cose di anni fa.

Al cubo è arrivato un nuovo accappatoio in bagno, a disegnini sul lilla blu. C’è una ragazza con gli occhi scuri vivacissimi e un fondo di paura che le scurisce lo sguardo. C’è rimasto poco del passato ma basta a far sentire la sua eco. Hanno vissuto tutti troppo male ed è passato così poco tempo. Ci vuole pazienza per recuperare i ricordi migliori, adesso è ancora torbido.

Farà deposito e prenderemo il meglio, un domani.

Martini

Martini

Oggi voglio scrivere di una signora che mi ha colpita.
Una sera di settimana scorsa siamo andati in un locale dove si parlava del referendum, organizzato da gente che diceva di votare per il no.
L’invito era per un apericena; è una parola talmente brutta che sarebbe da multare ogni volta che si scrive, si nomina o si usa.

I partecipanti saranno stati una cinquantina scarsa ed erano quasi tutti maschi pensionati.
Penso fossero quasi tutti ex comunisti o di sinistra abbastanza tradizionale.
C’erano due o tre zitelle cinquantenni che, dopo un paio di spritz, ballavano con indosso una maglietta rossa sopra al cappotto. Molti bevevano la birra. Sul palco suonava un chitarrista seduto su uno sgabello e una ragazza alla sua destra cantava abbastanza bene.

Il locale era adatto ai ragazzi un po’ alternativi; presumo fosse un posto simile ai centri sociali. Entravano dei giovani e guardavano queste persone, poi ridevano.
Alcuni si allontanavano e altri, specialmente le ragazze, prendevano birre piccole.

Ecco, questo è il contesto.

La signora che mi ha colpita è la moglie di uno dei pensionati, un uomo dallo sguardo preoccupato. L’avevo incontrato in altre occasioni, per esempio a distribuire volantini al mercato. La sua signora vestiva con una giacca da cerimonia, era molto truccata e pettinata elegante. Indossava delle scarpe con il tacco molto ma molto alto e soprattutto invece della borsa teneva in braccio una pochette da sera. Poi quando ha preso anche lei da bere ha chiesto un Martini.
Non ho mai visto qualcuno così fuori posto.